Storia e
Storie

Vito Amico è stato un monaco benedettino e studioso del XVIII secolo originario di Catania, la cui opera più importante, il Lexicon Topographicum Siculum (1757-1760), è un vasto dizionario topografico scritto in latino che cataloga i luoghi della Sicilia.

Amico V. (1760, Lexicon topographicum siculum, vol. 3

Con la combinazione di fonti classiche e delle sue osservazioni personali, Vito Amico offrì approfondimenti storici, archeologici e linguistici che, attraverso questa e altre sue opere, contribuirono in modo significativo alla comprensione della storia, della geografia e della cultura siciliana, facendone una figura chiave della vita intellettuale del suo tempo. Possiamo dire che l’Amico sia un ponte tra le vecchie fonti e un impianto di dizionario topografico moderno. Ecco la sua descrizione dei nostri Borghi del Mito:

Con la combinazione di fonti classiche e delle sue osservazioni personali, Vito Amico offrì approfondimenti storici, archeologici e linguistici che, attraverso questa e altre sue opere, contribuirono in modo significativo alla comprensione della storia, della geografia e della cultura siciliana, facendone una figura chiave della vita intellettuale del suo tempo. Possiamo dire che l’Amico sia un ponte tra le vecchie fonti e un impianto di dizionario topografico moderno. Ecco la sua descrizione dei nostri Borghi del Mito:

Sant’Elisabetta
Elisabetta (S.) Lat. S. Elisabetha Sic. S. Lisabetta (V. M.) Piccola terra nel territorio di Cometa in diocesi e comarca di Girgenti, appartenentesi ai Montaperto Principi di Raffadali; occupa il declivio di un colle rivolto ad austro non lungi da Aragona. Venne oggi avanzata nel titolo di Ducato, di che dal 1748 è onorato Antonio Montaperto, della Corte del nostro Re, e di lui Legato al Re di Polonia. Fabbricolla il primo, Niccola Giuseppe Marchese di Montaperto nel 1620, cui succedette il figlio Francesco, donde Niccola Giuseppe II primo Principe di Raffadali; dei di costui nipoti Bernardo ed Antonio, oggi quegli anche Barone di S. Elisabetta siede nel Parlamento il XXIV posto e gode del potere delle armi; dell’altro di già dicemmo. Una parrocchia sotto il Vicario del Vescovo che ha la cura di amministrare i sacramenti, dedicata a S. Carlo Vescovo tiene soggetta altra Chiesa minore. Notasi dal Pirri il numero di 113 case e di 679 abitanti, ma dai regii libri 179 case, 759 abitanti; e nel 1713 101 case 310 abitanti, che ultimamente 915.

Infine, Vito Amico inserisce una nota: Il sotto-comune di S. Elisabetta è incorporato a quel di Aragona, perlocchè si comprende in provincia distretto e diocesi di Girgenti da cui dista 8 m. e mezzo, circondario di Grotte donde 6 m., e 68 da Palermo. I prodotti del suo piccolissimo territorio sono il grano, l’orzo, i legumi ed il vino, coi quali generi mantiene un traffico confacente alla sua grandezza. L’aria è sana. Vi si contavano 1700 anime nel 1798, poi 942 nel 1831, e 1201 nello scorcio del 1852.

Sant’Angelo Muxaro
Angelo (S.) lo Mussaro. Lat. S. Angelus de Muxaro. Sic. S. Ancilu di lu Muxiaru (V. M.) Siede nella parte meridionale della Sicilia nella Valle di Mazzara, e la Diocesi di Girgenti, presso le rive di Alico, volgarmente Platani; contavanvisi nel secolo XVII 302 case, 1121 abitanti, oggi conta però 283 case, 949 abitanti. Ne è montuoso il sito verso Occidente, e rivolto ad Ostro. La Chiesa maggiore parrocchiale, del titolo della B. Vergine, va soggetta all’Arciprete; il singolar Patrono però S. Angelo Martire di Licata venerasi in propria decentissima Chiesa. Abitavano i Carmelitani, ai tempi del Pirri, presso la Chiesa di S. Maria dell’Itria, poi costretti dalla povertà ad abbandonare il convento. Poco dista di là il forte Mushar in una rupe, mentovato dal Fazello, di nome saracenico, ed espugnato dal Conte Ruggiero con Naro nel corso medesimo di una battaglia: Giacomo Adria nella Topografia della Valle di Mazzara Mussaro, scrive, è una terra distrutta; non ne è alcuna menzione appo Fazello. Tuttavia, del casal di Mussaro, non che di Ragalnoto, S. Giovanni e Favara trovo Signore nel censo del Re Federico verso il 1320 Giovanni di Chiaramonte; indi impossessavasene nel 1392 Andrea di Chiaramonte, per la di cui ribellione dal Re Martino, ne assumeva i dritti Raimondo Montecateno, commutatolo con Girgenti che allora spettavaglisi; per fellonia di lui investì il sudetto Principe del Castello di Mussaro e dei feudi di Guastanella, Ragalnoto, Favara, e S. Giovanni, Filippo de Marinis, presso gli eredi di cui sino a Pietro Ponzio mi so essere rimasti Mussaro e Favara; la di costui figlia Maria de Marinis sposò Giovanni Aragona di Tagliavia primonato di Carlo Principe di Castelvetrano; nacque da essi un altro Carlo, che generò con Giovanna Pignatelli, Giovanni in cui farò encomio parlando di Avola. Tiene oggidì la signoria di Mussaro o di S. Angelo, Fabrizio Pignatelli, assegnavi i suoi amministratori, profferisce trai Baroni il XXXVII voto, gode del potere delle armi, e riscuote grosse somme sul molto ampio territorio in pascoli ameno, in frumento, in ogni genere di biade, vini, olio abbondantissimo.

Infine, Vito Amico inserisce una nota: È un Comune oggigiorno in provincia distretto e diocesi di Girgenti, circondario di Raffadali, distante da Palermo 64 miglia, 13 dal capoluogo della provincia, 7 dal capo-circondario. Nel 1798 contava 1246 abitanti, 1017 nel 1831, sinchè nel fine del 1852 erasene diminuito il numero a 998. Il territorio di S. Angelo comprendesi in sal. 3532,334, delle quali 0,737 in giardini, 91,845 in seminatorii alberati, 2138,657 in seminatorii semplici, 1219,126 in pascoli, 75,306 in oliveti, 5,985 in vigneti semplici, 0,132 in culture miste, 0,546 in suoli di case; è fertilissimo principalmente in olive. Nelle contrade di Muciarello e Montagna sono due zolfatare, l’una detta di Marra a 18 m. dal mare, l’altra di Scala a 16, ma non sono in attività; nella contrada Luzza quella altresì di Luzza a 6 miglia dal punto d’imbarco, nemmeno ancora in esercizio.

Joppolo Giancaxio
Ioppolo. Lat. Joppolum. Sic. Joppulu (V. M. [Val Mazara]) Terra, altrimenti Giancascio, presso Girgenti, di nuova origine, costruita cioè nel 1696 nel territorio Giancascio e Ragalturco per opera di Calogero Colonna ed appellato dalla moglie Rosalia Joppolo. Ne appare quindi il primo censo statistico nei regii libri in questo secolo e fu di 87 case e 305 abitanti, che computansi oggi 1023.

La Chiesa parrocchiale sotto il Vicario del Vescovo porta il titolo di S. Francesco di Paola, e le è suffraganea altra minore. Siede Joppolo verso la sinistra ripa del fiume Drago o Agragante, alle radici di un colle verso austro come tra due scogli che sollevansi naturalmente agli angoli del paese; diviso di rette ed ampie vie, col palazzo baronale. Fu signor di Giancascio e di Ragalturco nel 1639 Pietro Antiochio e Liotta, dai di cui eredi comprollo Antonio Joppolo duca di Cesarò, e Reggente d’Italia appo Madrid, ed assegnollo con amplissimi possedimenti alla figliuola Rosalia che maritò al sovraccennato Calogero. Si ha un territorio fecondo e non mancante di acque. Occupa il Barone il LXXVIII nel Parlamento, e si ha il potere di armi sui soggetti. Giuseppe Sacco da Joppolo dei chierici regolari ministri degli infermi vive oggi splendido per sacra erudizione eloquenza ed integrità di costumi; ne sono pubblicate le orazioni che recitò in Catania, dove promosse ultimamente una casa di vergini povere. Sta il paese in uguali gradi di long. e lat. che Girgenti, da cui dista 4 m. verso settentrione.

Infine, Vito Amico inserisce una nota: É un sotto-Comune riunito ad Aragona, in provincia, distretto e diocesi di Girgenti da cui dista 6 m., e 65 da Palermo, circondario di Raffadali. Contava 1041 abitanti nel 1798, poi 762 nel 1831, e finalmente 896 nel declinare del 1852. Si ha 533 salme di estensione territoriale e l’aria ne è buona.

Per tornare ad oggi, abbiamo individuato alcune caratteristiche essenziali dei tre Borghi del Mito che raccontano brevemente questi territori.

[1] Gullì D., Lugli S. (2021) (a cura di), Percorsi geo-archeologici a S. Elisabetta. Dai cristalli giganti di Monte Cheli alla fortezza di Monte Guastanella, Palermo, Assessorato dei Beni Culturali e dell’identità siciliana, Regione Siciliana, p. 61

[2] Ivi, p. 82

[3] Rizzo M.S. (2007), “Le rivolte musulmane”, in V. Cammineci (a cura di) I luoghi della tutela. Ricerca archeologica e fruizione nel territorio agrigentino, Assessorato dei Beni Culturali, Ambientali e della Pubblica Istruzione, Palermo Regione Siciliana

[4] Ibidem

[5] Rizzo M.S. (2004), L’insediamento medievale nella valle del Platani, Roma, L’Erma di Bretschneider, p. 34

[6] Ivi, p. 38

Santa Elisabetta

Santa Elisabetta sorge su una collina (457 m.s.l.m.) addossata alle pendici della rupe Cheli. Il paese è dominato ad ovest dal maestoso Monte Comune, dalle caratteristiche tre cime, e circondato da colline e basse montagne. Il territorio documenta una lunga occupazione dall’età preistorica all’età medievale. Sul Monte Comune alle pendici della cima più alta, è stata identificata una profonda cavità, con evidenti tracce di frequentazione preistorica [1]: ceramiche eneolitiche, ceramiche ascrivibili alla facies di Diana del Neolitico finale e di Malpasso dell’Eneolitico finale, frammenti ceramici ascrivibili alla facies castellucciana del Bronzo antico.

Sul finire del VI sec. a.C. il territorio di Santa Elisabetta, entrò a far parte della chora akragantina, cioè il territorio agricolo afferente ad Akragas (l’odierna Agrigento); continuò ad essere abitato durante il periodo romano tardo antico, come racconta la necropoli di Monte Cheli, il periodo bizantino e medievale.

A circa due km dal centro abitato, si trova il Monte Guastanella, un monte di gesso (609 m.s.l.m.) difficilmente accessibile per il ripido pendio dei versanti meridionali e occidentali caratterizzati da pareti a picco [2]. Il sito conserva tracce di età preistorica. Durante il periodo bizantino, il monte assunse un ruolo strategico e vi fu edificata una fortezza destinata al controllo dell’entroterra di Agrigento. Tuttavia, la fortezza venne espugnata dai musulmani nella seconda metà del IX secolo durante la loro avanzata nella Sicilia centro meridionale. La roccaforte mantenne il suo ruolo di difesa e controllo del territorio circostante. I musulmani tennero la fortezza su Guastanella fino al 1086, anno in cui i Normanni con a capo il conte Ruggero la conquistarono e, una volta stabilitisi nell’isola, instaurarono con la popolazione musulmana un sistema che è stato definito un meccanismo di convivenza ineguale, basato sulla subordinazione di questi ultimi, ma anche su forme di collaborazione in campo amministrativo e culturale [3].

Questo equilibrio si ruppe alla morte del re Guglielmo I, quando in Sicilia orientale i musulmani furono perseguitati dai nuovi coloni lombardi. Secondo lo storico Falcando, i superstiti si rifugiarono nelle roccaforti musulmane della Sicilia occidentale; saranno queste fortezze, ubicate in particolare nelle valli del Belice e del Platani, a diventare il centro della rivolta islamica divampata alla morte di Guglielmo II [4]: Guastanella divenne uno di questi centri.

La rivolta esplose sotto Federico II e si formò un vero stato nello stato, sotto il comando dell’emiro Muhammad ibn Abbad, con centro nella roccaforte di Iato. Ad Agrigento, intorno al 1220, i musulmani ribelli catturarono il vescovo Ursone e lo tennero prigioniero nella fortezza di Guastanella per 14 mesi, saccheggiando nel frattempo la Cattedrale e i suoi beni. La rivolta fu infine repressa nel sangue da Federico nel 1246 e i musulmani superstiti furono deportati a Lucera.

Il sito è stato tra i beni dei Montaperto dal 1295 fino al 1343 come castrum et feudum [5]. Nel 1374-75 è casale con 33 case coperte di paglia, in possesso della famiglia Chiaromonte, che lo detenne fino al 1391 e successivamente la terra Guastanelle seguì le vicende del non lontano castello di Muxaro: concessa da re Martino a Guglielmo Raimondo Moncada, tornò presto al demanio reale, per essere, nel 1397, assegnata a Filippo de Marino [6].

[7] Pirri R. (1643), Sicilia sacra disquisitionibus: et notitiis illustrata, Volume 1, ex typographia Petri Coppulae

[8] Conte P., Maspero D. (2018), Il simulacro miracoloso della vergine addolorata, Raffadali, Stampa Archistegal, p. 14

[9] Conte P., Maspero D. (2021), Rettoria Sant’Antonio Abate Santa Elisabetta, Agrigento, Sarcuto, p. 19

La nascita dell’odierno abitato di Santa Elisabetta si inserisce nella nuova ondata di fondazioni feudali dei secoli XVI e XVII: è nel secolo XVII che l’abate e storico, Rocco Pirri, nella sua Sicilia sacra [7], definisce Santa Elisabetta recens oppidulum, insediamento di recente fondazione.

A Nicolò Giuseppe Montaperto, marchese di Montaperto e barone di Raffadali, nel 1610, venne concessa dal viceré spagnolo don Giovanni Pacheco, in nome di Filippo III re di Spagna, di edificare un nuovo borgo nel feudo Cannito, appartenente alla baronia di Raffadali, e di popolarla con il nome di Santa Elisabetta. Dopo i Montaperto, secondo gli storici locali, si succedettero altre famiglie nella titolarità del feudo fino al 1812, quando la feudalità in Sicilia venne soppressa.

Nel 1823 Santa Elisabetta diviene frazione di Aragona fino a quando con la legge regionale n° 4 del 28 gennaio1955, diviene comune autonomo: festeggia nel 2025 i suoi 70 anni.

L’economia di Santa Elisabetta è storicamente basata sull’agricoltura e la pastorizia e ha registrato, tra Ottocento e Novecento, uno sviluppo dell’attività mineraria connessa all’estrazione dello zolfo, con le miniere di Cappére, Cinti e Vocale. Nel secondo dopoguerra, Santa Elisabetta vive la sua prima grande ondata di emigrazione. Con la fine e la crisi della produzione estrattiva siciliana, moltissimi furono gli e le abitanti di Santa Elisabetta trasferitisi in Belgio per lavorare nelle miniere: molti di questi furono tra le vittime della tragedia di Marcinelle del 1956, l’incendio esploso a più di mille metri di profondità nella miniera di carbone di Bois du Cazier, dove persero la vita 262 minatori, di cui 136 emigrati italiani.

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Il paese è gemellato con la città belga di Chapelle-lez-Herlaimont nella quale si trasferì un’altissima percentuale di sabbettesi emigrati in Belgio in questa prima ondata.

Per quanto riguarda il patrimonio, due gli edifici sacri di particolare rilevanza: la chiesa madre, della seconda metà del XVIII secolo, con un portale in pietra, dedicata a Santo Stefano protomartire, e la Chiesetta di san Antonio Abate, della seconda metà del XIX secolo. Al suo interno si custodisce, a detta degli studiosi locali, una delle opere più rilevanti della storia sabettese [8]: un dipinto realizzato su una lastra di gesso alabastrino raffigurante la Madonna del Carmelo, detta Madonna di li Putieddri, da ascrivere, con molta probabilità, al XVII secolo. Sull’altare maggiore è collocata una scultura in cartapesta raffigurante la Madonna Addolorata, datata al 1878: l’immagine sacra più venerata dai sabettesi [9].

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[10] De Miro E. (1962), La fondazione di Agrigento e l’ellenizzazione del territorio fra il Salso e il Platani, Palermo, Studi pubblicati dall’Istituto di Storia Antica dell’Università di Palermo

[11] Vaccaro G. (1996), “Natura, mito e storia nel regno sicano di Kokalos”, in Atti del convegno S. Angelo Muxaro 25-27 ottobre 1996, Agrigento, Assessorato Turismo Provincia Regionale di Agrigento

[12] Rizzo M.S. (2004), L’insediamento medievale nella valle del Platani, Roma, L’Erma di Bretschneider, p. 31

[13] Ivi, p. 40

[14] Alessi I. (2005) (a cura di), Sant’Angelo Muxaro tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Frammenti di storia siciliana, Canicattì – Agrigento, Fondazione Giovanni Guarino Amella

Sant’Angelo Muxaro

Sant’Angelo Muxaro sorge sulla sommità di un colle (351m) nella media valle del fiume Platani. Anticamente il corso d’acqua era chiamato Halikos ed è stato una delle principali vie di penetrazione verso l’interno dalla costa della Sicilia centro-occidentale fin dall’antichità [10], vantaggiosa per gli scambi commerciali, ma anche per le invasioni. Sant’Angelo Muxaro è situato in posizione strategica, al centro di una vallata, ed è circondato da numerosi rilievi di modesta altezza dalle forme assai dolci, interrotti spesso da spuntoni di gesso e creste di calcare [11] tra cui Monte Castello (468m) che si eleva poco ad ovest e in cui sorgeva un insediamento fortificato, il castrum Mussarum.

Sin dall’età del bronzo hanno avuto notevole importanza le risorse minerarie e idropotabili dell’area: Sale, talora affiorante in superficie, zolfo e allume furono probabilmente all’origine della ricchezza che l’area mostra e che alimentarono il commercio transamarino con il mondo egeo. Probabilmente il salgemma ed i sali potassici furono le risorse che consentirono al centro di Sant’Angelo Muxaro quell’accumulo di ricchezze [12] evidenti dai corredi delle tombe scavate nella roccia che si aprono sulle pendici gessose del colle.

Sul finire del VI secolo a.C., il comprensorio muxarese entrò a far parte della chora akragantina, cioè il territorio agricolo afferente ad Akragas (l’odierna Agrigento). Più tardi, troviamo invece tracce materiali e immateriali per tutto il periodo romano, tardo antico e bizantino.

Nell’861-862 Abd Allah, secondo il racconto di Ibn al-Atir, espugnò diverse rocche bizantine, fra le quali Qal’at al Musari’a, che Michele Amari avvicina ipoteticamente al Mussaro, sulla collina di Monte Castello (468 m.s.l.m.) a circa 2 km dell’abitato moderno e probabilmente allo stesso sito si riferisce anche Goffredo Malaterra, cronista normanno dell’XI secolo, quando menziona, tra le roccaforti musulmane conquistate da Ruggero nel 1086, la fortezza di Missar [13].

Certo è – come detto – che su monte Castello sorgeva il castrum di Mussarum, donato da Federico II al vescovo Ursone nel 1200 insieme al Casale Minzel, che si può riconoscere nella contrada Mizzaro, e successivamente ceduto dalla Chiesa agrigentina a Giovanni Chiaromonte nel 1305. I Chiaramonte ne detennero la baronia fino al 1391, quando il casale di Mussaro e il feudo vennero confiscati per essere prima assegnati a Raimondo Moncada nel 1392 e poi assegnati a Filippo De Marinis nel 1398 [14]. Nel 1507 il re Ferdinando il Cattolico concesse la licentia populandi al barone di Mussaro Giosuè II De Marinis. L’abitato fu edificato sul colle Sant’Angelo, dove secondo le testimonianze degli storici locali alla comunità greco-albanese – prima a insediarsi nella zona – si unirono poi gli abitanti di Monte Castello (Mussarum). Sempre dalle testimonianze degli storici locali si racconta che entrambi i centri continuarono a esistere per l’intero XVI secolo.

Nel 1616, la baronia venne trasmessa agli Aragona Tagliavia Pignatelli che la conservarono sino al 1812, quando la feudalità in Sicilia venne soppressa.

[15] Alessi I. (2006) (a cura di), Reminescenze Greco-Bizantine a S. Angelo Muxaro, Comune di Sant’Angelo Muxaro

L’abitato si è sviluppato attorno a una grande piazza centrale, da cui si diramano vie disposte secondo uno schema ortogonale. All’ingresso del paese si ergeva, visibile fino agli Sessanta del Novecento, un tratto della Porta di Spagna, insieme a resti della antica cinta muraria.

Di particolare interesse sono le due chiese settecentesche presenti nel comune. La prima, dedicata alla Madonna del Carmelo, fu ricostruita intorno al 1725 su una preesistente struttura. Al suo interno custodisce una pregevole statuetta lignea a mezzo busto della Madonna dell’Itria – dipinta e dorata – che molti studiosi datano tra il XV e il XVI secolo, testimonianza del legame con la colonia greco-albanese. La seconda è la Chiesa della Matrice, intitolata al patrono Sant’Angelo Martire. Presenta una facciata tardo-barocca e un interno neoclassico, dove spicca un bellissimo crocifisso ligneo ricoperto di lamelle d’argento. Secondo le fonti locali, questo manufatto sarebbe stato rinvenuto nei pressi di Monte Castello [15].

Il Museo Archeologico di Sant’Angelo Muxaro, inaugurato nel 2015, custodisce i reperti che raccontano la storia antica di questo territorio. Il paese deve la sua fama ai preziosi oggetti d’oro rinvenuti nelle necropoli locali e al legame con il mito di Camico, la fortezza del re Cocalo che secondo la leggenda ospitò Dedalo in fuga da Creta. Questi elementi fanno di Sant’Angelo Muxaro un luogo chiave per comprendere la civiltà sicana e il suo ruolo nella Sicilia pregreca. All’interno del museo troviamo anche delle opere commissionate all’artista Vincenzo Muratore.

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[16] Pitrè G. (1904), Studi di leggende popolari in Sicilia e nuova raccolta di leggende siciliane, Torino, Carlo Clausen, p. 364

[17] Come raccontatoci dalla maestra Guarino, Sant’Angelo era un paese che viveva di agricoltura e pastorizia e molte delle persone che lavoravano erano jurnatara: gli uomini, pagati 1000 lire, facevano i scutulatura, ‘scotolavano’ ovvero gli alberi per far cadere le mandorle; le donne, pagate invece 50 lire, le raccoglievano. La raccolta della mandorla era accompagnata dai canti di lavoro, soprattutto delle donne, per le quali quest’attività lavorativa stagionale diveniva anche possibilità di socialità e di fuoriuscita dallo spazio domestico

Tra le festività che si celebrano, due momenti dell’anno sono dedicati alla celebrazione del santo patrono: il 5 maggio, in memoria del martirio, e il 16 agosto, in occasione della nascita. Sant’Angelo, nato alla fine del XII secolo, fu tra i primi carmelitani a lasciare il Monte Carmelo e a venire in occidente. Secondo la tradizione, prima di recarsi a Licata – luogo del suo martirio – si fermò a Sant’Angelo Muxaro e rimase in eremitaggio in una grotta. Pitrè racconta che quella grotta era abitata da spiriti maligni, i quali scompigliati dal sant’uomo, fuggirono lasciando sulla volta di essa una larga fenditura a forma di croce [16]. Si dice che la grotta sia la Grotta del Principe, chiamata anche Grotta Sant’Angelo dal nome del santo, la più grande e suggestiva tomba protostorica della Sicilia, scavata nei fianchi del colle gessoso del centro abitato.

A partire dalla fine dell’Ottocento e per tutto il Novecento, Sant’Angelo Muxaro fu interessato da un costante flusso migratorio le cui prime destinazioni furono l’America del Nord e l’America Latina. Nel secondo dopoguerra, invece, l’emigrazione si orientò verso i paesi del Nord Europa, in particolare l’Inghilterra. Tra le destinazioni più significative vi fu la città di Bedford, dove una consistente comunità di santangelesi fu impiegata nel settore industriale: in particolare nelle fabbriche di mattoni, dove trovarono occupazione gli uomini, e nelle fabbriche di cioccolato, dove vennero impiegate le donne. Il lavoro era molto duro, così come il trattamento nei confronti degli emigrati: questi venivano valutati attentamente e, nel racconto della comunità, i lavoratori e le lavoratrici venivano sottoposti e sottoposte al controllo delle mani, che dovevano essere grandi e presentare i calli, per dimostrare di essere avvezzi al duro lavoro. Si effettuavano dei turni di lavoro molto lunghi di circa 12 ore, senza alcun contratto, per cui, come avveniva già per i jurnatari [17] in Sicilia, bisognava recarsi alle prime ore del mattino davanti al cancello della fabbrica per assicurarsi di essere scelti per la giornata lavorativa. Le donne si occupavano ovviamente anche del lavoro riproduttivo, preparando i pasti e accompagnando i figli a scuola, prima di recarsi in fabbrica, sperando in un cioccolatino uscito male per poterlo portare con sé a casa. Le secondo generazioni riuscirono a inserirsi nel contesto di un’Inghilterra ricostruita dopo la guerra, in alcuni casi facendo fortuna e avviando attività in proprio. Oggi a Bedford vi è la quarta generazione di gente originaria di Sant’Angelo Muxaro, seppur la lingua, anche italiana, è stata perduta, e il piccolo comune rimane nei ricordi nostalgici delle prime generazioni ancora in vita. Tuttavia, come narra il sindaco Angelo Tirrito, la memoria di Sant’Angelo sembra essere stata trasmessa tra le generazioni: il 10 maggio 2025, dopo 75 anni di emigrazione, si è tenuta una cerimonia ufficiale che ha riconosciuto il ruolo degli emigrati e delle emigrate italiane nello sviluppo economico di Bedford e una delegazione di Sant’Angelo si è recata nella cittadina inglese per siglare un accordo di amicizia e issare la bandiera del paese nella piazza centrale con la comunità qui residente. Un momento di grande emozione, di memoria, di scambi contemporanei, di riconoscimento della fatica del lavoro di chi è emigrato e di chi continua a emigrare.

[18] Rizzo M.S. (2004), L’insediamento medievale nella valle del Platani, L’Erma di Bretschneider, Roma, p. 86

[19] Ivi, p. 88

[20] Ivi, p. 91

[21] Ivi, p. 10

Joppolo Giancaxio

Il territorio di Joppolo Giancaxio (275 m s.l.m.) comprende una serie di colline di modesta altezza, dai fianchi dolci e facilmente coltivabili. Il territorio comprende gli antichi feudi di Giancascio e Realturco attraversati dal fiume Drago. È stata sede di insediamenti nell’età del bronzo e poi in età greca, romana, bizantina e musulmana, come attestato dai numerosi toponimi arabi del territorio.

Secondo Rizzo [18], l’insediamento medievale andrebbe identificato con il Casale Iancassi attestato dalle fonti. La studiosa suggerisce inoltre che il Castrum Petre Jancasi, documentato ancora a metà del XIV secolo, potrebbe essere stato coperto dalla costruzione del Castello della famiglia Cesarò. Al suo interno si trova la rupe di gesso che, secondo la versione locale del mito, ospitò i personaggi del mito.

Nell’ex feudo Realturco, sulla sommità della contrada, è ancora riconoscibile il casale medievale di Rahalturchi [19]. Nella seconda metà del Trecento, entrambi i feudi – Giancascio e Realturco – furono possedimenti dei Chiaramonte [20], prima della loro ribellione alla Corona aragonese nel 1391.

L’abitato attuale è una fondazione feudale della fine del ‘600, quando re Carlo III nel 1696 concesse a Calogero Gabriele Colonna la licentia populandi dei feudi Jancaxi e Realturco [21]. Il Colonna chiamerà la nuova fondazione Joppolo in omaggio alla moglie donna Rosalia Joppolo.

Joppolo Giancaxio si sviluppa tra due rocche calcaree presenti sulla collina del paese. Alla rocca meridionale (302 m s.l.m.), la più alta, si addossa il castello della famiglia Cesarò costruito nel ‘700 probabilmente, come sostengono gli storici locali, su un più antico fortilizio, ampliato e modificato alla fine dell’Ottocento dall’architetto Francesco Paolo Palazzotto. Il castello era circondato da un parco, un tempo, ricco di piante ed esemplari unici. Una cappella, costruita in stile chiaramontano custodisce le spoglie dei duchi e dei familiari della famiglia Cesarò.

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[22] Spataro A. (2008), Ioppolo Giancaxio tra storia e memoria, Agrigento, Edizioni del Tricentenario

[23] Ivi, p. 144

Nel 1812, con la fine della feudalità, Joppolo venne costituito in comune autonomo. Nel 1827 perse l’autonomia comunale e fu aggregato, come borgata, al municipio di Aragona, fino al 1892 [22]. Il primo gennaio del 1893, la borgata di Joppolo divenne frazione di Raffadali fino alla emanazione, 21 ottobre del 1923, del Regio decreto n° 2332 per l’erezione a Comune autonomo della frazione di Joppolo [23].

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Tra gli elementi più significativi del paesaggio sabettese c’è ancora – a poca distanza dal centro abitato sulla sommità della collina di Montefamoso – un mulino a vento commissionato dalla famiglia Colonna, secondo gli abitanti del luogo, non entrò mai in funzione, perché mal progettato.

Dell’antica chiesa del Carmine, non più esistente, rimangono solo tracce delle fondamenta. La Chiesa madre del XVIII secolo, ad unica navata, intitolata a san Francesco di Paola, custodisce due pregevoli tele, ambedue del secolo XVIII.

All’ingresso del paese si trova una piccola cappella che custodisce una preziosa statuetta in alabastro raffigurante la Madonna di Trapani. Di piccole dimensioni e risalente probabilmente al XVIII secolo, la statuetta è conosciuta dalla popolazione come la Madonna di la figureddra. Intorno a questa immagine sacra si è sviluppata una profonda e sentita devozione popolare.

[24]  https://www.viefrancigenedisicilia.it/MVF.php

[25] Si veda Ferreri F. (2022), “La Magna Via Francigena di Sicilia e i Comitati di Accoglienza del pellegrino. Associazionismo e pubbliche amministrazioni per un nuovo patto di sviluppo nelle aree interne della Sicilia”, in Collettivo PRiNT (a cura di), Aree Interne e Comunità. Cronache dal cuore dell’Italia, Pisa, Pacini Editore, pp. 181- 192

Infine, tra le principali festività religiose che si celebrano nel corso dell’anno a Joppolo Giancaxio, occupano un posto di rilievo il Mortorio, toccante rappresentazione della Passione di Cristo, e la Pastorale di Nardo che dopo un lungo periodo di interruzione, è stata ripresa negli ultimi anni.

Un altro elemento che sta cambiando le attività del paese è il passaggio della Magna Via Francigena, l’antico cammino che attraversa la Sicilia da nord a sud, collegando Palermo ad Agrigento, un itinerario culturale e spirituale di 187 km, praticato da pellegrini, escursionisti e viaggiatori a piedi o in bici che si fermano per ascoltare le storie del territorio. La via Francigena è un percorso ideato dall’associazione e gli enti [24] che ne hanno ritracciato l’antico percorso, attualizzandolo, che partiva da Palermo verso Agrigento. Oggi attraversa più di 23 comuni, di cui il comune di Joppolo con la sua chiesa è una tappa obbligata [25].

Paese eminentemente agricolo, tanto da costituire il granaio di Casa Colonna, è oggi conosciuto per la coltivazione del melone giallo retinato, celebrato da oltre vent’anni con una sagra annuale che attira numerosi visitatori e che si tiene durante la prima settimana di agosto.

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Opera murale dell'artista LIGAMA, Joppolo Giancaxio

[26] Maratta F. (1967), La terra del duca muore, A. Palermo, Cappugi e figli

[27] Spataro A. (2008), Op. cit, p. 27

[28] Ivi, p. 28

Anche il territorio di Joppolo e il suo paesaggio sono caratterizzati dalle tracce delle pietre evaporitiche e moltissime sono le storie ancora da scavare e far riemergere. 

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La famiglia Colonna fu particolarmente attiva nel settore zolfifero, tanto da figurare, già nel 1839, fra i più importanti produttori di zolfo della Sicilia [26]. L’attività zolfifera del territorio è attestata dalla presenza delle miniere come quella di località Cinti, probabilmente rimasta attiva sino al 1915 [27], nonostante lo zolfo siciliano e la sua produzione finiscono negli anni ’70 del secolo scorso.

Fin dalla fine dell’Ottocento il paese è stato coinvolto dal fenomeno migratorio, con le prime destinazioni principali rappresentate dagli Stati Uniti e dall’Argentina [28]. Come ci racconta Carmelina Argento, vicesindaca di Joppolo Giancaxio, a partire dal secondo dopoguerra e fino alla prima metà degli anni Sessanta, anche a Joppolo Giancaxio si è sviluppato un intenso fenomeno migratorio. Molti cittadini hanno scelto di trasferirsi in Nord America, in particolare negli Stati Uniti e in Canada, e in Sud America, verso paesi come il Venezuela, l’Argentina e il Brasile. Successivamente, l’emigrazione si è diretta verso il Nord Europa, soprattutto in Belgio e in Germania, ma anche in Francia, dove gli joppolesi hanno trovato lavoro nelle miniere di carbone e nelle grandi industrie siderurgiche. Tra le mete più significative, il Canada, e in particolare la città di Montreal, ha accolto una numerosa comunità di joppolesi. In questa città è nata una solida rete di accoglienza e solidarietà, pensata per sostenere chi arrivava successivamente. Nel 1975, proprio con questo spirito, è stata fondata l’Associazione Joppolese di Montreal, con l’intento di mantenere vivo il legame tra i compaesani.

Bevaio (abbeveratoio) Ente Riforma Agraria. Regione Siciliana

Come riferisce Spataro, il fallimento della riforma agraria e della rivolta contadina per la conquista e la distribuzione popolare dei feudi dei Colonna, poi impugnata e vinta dalla figlia del Duca anche per via delle alleanze locali tra mafia e proprietari terrieri contro il popolo, hanno condotto ad un grande senso di sconforto e delusione tra gli e le abitanti joppolesi, che, rimasti senza prospettive economiche né terre da coltivare, emigrarono in massa.

Giuseppe Vella, la Pastorale di Nardo

[29] Frenda A. (2021), “Rappresentare la Natività. Simboli e riti della Pastorale a Santa Elisabetta”, in Gulli, D., Lugli S. (a cura di), Percorsi geo-archeologici a Santa Elisabetta. Dai cristalli giganti di Monte Cheli alla fortezza di Monte Guastanella, Regione siciliana, Palermo, Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità siciliana-Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità siciliana

[30] Bonanzinga S. (1996), (a cura di), I suoni delle feste. Musiche e canti, ritmi e richiami, acclamazioni e frastuoni di festa in Sicilia, Palermo, Folkstudio

La Pastorale di Nardo

A Joppolo Giancaxio, Sant’Angelo Muxaro e Santa Elisabetta, per l’Epifania si svolgono particolari forme rituali di Pastorale. A Sant’Angelo essa viene localmente denominata a vastasata di Nardu e Riberiu (La vastasata di Nardo e Riberio), a Santa Elisabetta u se innaru (il 6 gennaio), a Joppolo Giancaxio a Pasturali. A Sant’Angelo Muxaro i personaggi Nardu e Riberiu attraversano il paese a dorso di mulo conducendo il gregge; essi sono continuamente richiamati da U Camperi (il campiere) che invano tenta di arginare le innumerevoli cadute, le brusche fermate e altre azioni comico-oscene inscenate dai protagonisti, spesso intervallate da abbondante consumo e distribuzione di vino, formaggio e salsiccia. Giunti alla masseria allestita in piazza dopo aver preparato la ricotta, Nardu e Riberiu tentano di riposare ma vengono prontamente svegliati dall’angelo del Signore che accompagnato dalle virgineddri li esorta a venerare il Bambino. Ancora più articolata risulta la struttura della Pastorale che si svolge ogni anno per l’Epifania a Santa Elisabetta: qui l’azione rituale si snoda attraverso vari personaggi (i pastura, u curàtulu, i cavaleri, u vurdunaru, i cardunara,ecc) dove la figura centrale di Nardu incarna ora lo “spaventato del presepe”, ora u sfacinnatu. A partire dalla mattina gruppi di zampognari, unitamente alla banda musicale, percorrono le vie del paese aspettando l’ordinato arrivo dei pastori e delle greggi. Intorno alle 13.00 Nardu irrompe nel corteo annunciato da spari di fucile e suoni di zampogna: col volto imbrattato di bianco e appeso al suo bastone nella posizione dei pastori in riposo, Nardu viene trascinato e richiamato dai pastori verso la piazza trasformata appositamente in una massaria [29]. Le scene si susseguono immerse in contesto connotato da urla, spari e frastuoni e da una sistematica inversione delle attività lavorative in occasioni caotiche e trasgressive: i concitati richiami del Curàtulu e del Vurdunaru (mulattiere) rivolti al Nardu si accompagnano allo scampanio delle greggi, alle zampogne, ai ritmi del tamburo e agli spari a salve dei Cavalera (campieri) a cavallo [30]. Indolenza e improvvisi scatti di panico, allusioni erotiche, sputi di pasta e ricotta come il lancio sul pubblico compiacente, degli stessi strumenti di lavoro (fasceddri) e della ddisa (ampelodesma) caratterizzano le varie fasi del Nardu impegnato ora nella preparazione della ricotta (poi condita con le lasagne e condivisa dai presenti) e successivamente nella raccolta di erba e legna, nel trasporto dell’acqua, nella caccia al coniglio (fino a qualche tempo fa scuoiato, arrostito e mangiato sul posto), fino all’uccisione del lupo da parte dei cacciatori.

A Joppolo Giancaxio, invece, A Pasturali non è stata celebrata in modo continuativo. Ripresa da alcuni anni, la festa si svolge nella piazza del paese, dove è allestita la mannara, un recinto di legno e paglia che richiama l’antico ovile. Con frastuono di campanelli e ciarameddri, le pecore fanno il loro ingresso, rincorse da Nardo, che con fare vivace e irreverente, lancia manate di pasta e ricotta sulla gente. Nel frattempo, vengono preparati i cavatuna con ricotta fresca, che vengono poi offerti ad alcune figure simboliche del mondo agropastorale: il padrone, il soprastante, i cacciatori. Questi personaggi in abiti di velluto scuro e montati su imponenti cavalli, sopraggiungono per ispezionare l’ovile e dare ordini ai contadini. La festa si conclude con una sorte di processione solenne verso una grotta appositamente allestita; lì, tra le figure di Maria e Giuseppe, è adagiato un neonato del paese, scelto per impersonare il Bambinello.

Istat: popolazione legale nei Borghi del Mito (1951-2021)

Il racconto dei Borghi del Mito per numeri

Negli ultimi settant’anni la popolazione dei tre comuni – Joppolo Giancaxio, Santa Elisabetta e Sant’Angelo Muxaro – come si può vedere è fortemente diminuita. L’andamento demografico ha avuto una decrescita costante tranne nel decennio 1971-1981 per Sant’Angelo Muxaro, nel decennio 1981-1991 si registra un leggero aumento per Joppolo, mentre a Santa Elisabetta la popolazione ha avuto una piccola crescita in due decenni: dal 1951 al 1961 e dal 1981 al 1991.

Se andiamo a guardare più ne dettaglio possiamo vedere come la diminuzione della popolazione in rapporto al sesso – nonostante piccole oscillazioni a Santa Elisabetta e Sant’Angelo Muxaro – si mantenga costante durante il periodo 2019-2024.

Istat: popolazione divisa per sesso a Sant’Angelo Muxaro (2019-2024)

Istat: popolazione divisa per sesso a Santa Elisabetta (2019-2024)

Istat: popolazione divisa per sesso a Joppolo Giancaxio (2019-2024)

Istat: abitazioni occupate e non occupate (2021)

Questo svuotamento dell’abitato è, naturalmente, una diretta conseguenza sia del calo della natalità sia del fenomeno migratorio. L’unico comune che ha un saldo demografico positivo è Sant’Elisabetta, mentre Joppolo ha un saldo migratorio fortissimamente negativo e Sant’Angelo Muxaro negativo ma molto più contenuto del comune joppolese.

Se guardiamo ai tre comuni, il tasso di emigrazione ha colpito maggiormente Joppolo Giancaxio (36,0 per 1000 abitanti, nel 2021); segue Santa Elisabetta (18,9) e Joppolo Giancaxio (15,2).

Per quanto riguarda il tasso d’immigrazione (2021) paradossalmente Joppolo ha il minor numero di presenze (12,0 per mille abitanti), mentre Santa Elisabetta (18,4) e Sant’Angelo Muxaro (20,3).

Istat: Tasso emigrazione totale per 1.000 abitanti (popolazione totale, 2021)
Istat: Tasso immigrazione totale per 1.000 abitanti (popolazione totale, 2021)

La diminuzione della popolazione legale, la forte emigrazione, la poca percentuale di immigrazione provocano inevitabilmente percentuale molto alte di case non occupate. I tre Borghi del mito sono marcatamente in controtendenza con l’andamento siciliano e italiano. Come si può vedere, in basso, le colonne azzurre (le case non occupate) sono tutte più alte di quelle verdi (case occupate). Andando più in profondità: Joppolo ha il 59,07 di case non occupate, Santa Elisabetta il 62,06% e Sant’Angelo Muxaro raggiunge addirittura il 65,73%.

Fonte: Istat: Attraverso i colori la legenda ci aiuta a capire il grado di fragilità comunale.

Infine, parlando sempre di mobilità, gli spostamenti per studio o per lavoro per 100 abitanti (2019) ci raccontano che tutti e tre i comuni ricadono nella fascia più bassa. Le percentuali oscillano tra il 12,5 (Sant’Angelo Muxaro) e il 13,9 di Sant’Elisabetta a fronte del 42,3 della Sicilia.

Istat: Spostamenti totali per studio o lavoro per 1.000 abitanti (popolazione totale, 2019)

Analizziamo adesso i dati che raccontano il territorio dei tre comuni e in particolare l’agricoltura.

I tre grafici raccontano la superficie agricola utilizzata (SAU in grigio) ripartita tra le principali coltivazioni: seminativi (verde), coltivazioni legnose agrarie (marrone), orti (giallo) e prati permanenti e pascoli (arancione). Come possiamo notare a Sant’Angelo Muxaro quasi la metà della SAU è coltivata a seminativi (49,7%), seguono poi i prati permanenti e pascoli con 26,0%, mentre le coltivazioni legnose agrarie sono poco inferiori al quarto (24,3%). Praticamente inesistenti gli orti che raggiungono solo lo 0,1%.

A Sant’Elisabetta i seminativi occupano una SAU leggermente maggiore di Sant’Angelo Muxaro (51,2%), la vera differenza la fanno le coltivazioni legnose agrarie (33,6%) mentre prati permanenti e pascoli raggiungono il 14,8%. Gli orti sono qui lo 0,4%.

Infine, a Joppolo Giancaxio i seminativi occupano una percentuale altissima (81,9%) della SAU. Le restanti parti della SAU sono suddivise tra coltivazioni legnose agrarie (11,9%) e prati permanenti e pascoli che si fermano al 6,1%. Gli orti occupano lo 0,1%.

Se andiamo nel dettaglio potremmo notare come tra le coltivazioni legnose agrarie a Santa Elisabetta e Joppolo Giancaxio prevale l’olivo su tutte mentre a Sant’Angelo Muxaro è la frutta da guscio che occupa la maggior parte della SAU di questa categoria.

Infine, vogliamo aggiungere a questi dati l’indice di fragilità comunale (IFC). Esso è composto da una serie di dati che guardano ai territori e ai loro rischi di origine antropica e naturale, alle condizioni di criticità connesse con le principali caratteristiche demo-sociali della popolazione e del sistema economico-produttivo.

Come possiamo vedere dalla prima colonna (IFC) tutti i comuni hanno un elevato indice di fragilità che è la combinazione di dodici indicatori elementari. Sant’Angelo Muxaro raggiunge la massima fragilità, poi Sant’Elisabetta con una fragilità molto alta e infine Joppolo Giancaxio con un alto indice.

Raggruppando i comuni per fragilità più alta possiamo notare che gli indicatori più problematici fanno riferimento al tasso di motorizzazione ad alta emissione (categoria da Euro 0 a Euro 3); al tasso di occupazione; e al rapporto percentuale tra gli occupati di 20-64 anni e la popolazione di 20-64 anni.

L’indice di fragilità più basso, per i tre comuni, riguarda il consumo del suolo, mentre lieve è la superficie a rischio di frane. Molto differente è l’indice di accessibilità ai servizi essenziali, infatti, se per Joppolo Giancaxio e Sant’Elisabetta la fragilità è molto bassa e bassa così non è per Sant’Angelo Muxaro il cui indice è medio alto.

Strategie contro lo spopolamento: ascoltare il territorio

I tre comuni dei borghi del mito sono interessati da un massiccio e avanzato fenomeno di emigrazione e di conseguente svuotamento del comune. Alle emigrazioni che hanno caratterizzato questi comuni nelle loro diverse ondate, tra la fine dell’800 e il secondo dopoguerra in cerca di occupazione, in un contesto più ampio di emigrazione siciliana e italiana, si aggiunge oggi una nuova forte emigrazione giovanile che conduce allo spopolamento di questi luoghi. 

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[31] de Spuches G., Sabatini F. (2022), “Rural Storytelling: itinerari di rigenerazione nell’area dei Sicani”, in L. Spagnoli (a cura di), Itinerari per la rigenerazione territoriale tra sviluppi reticolari e sostenibili, Milano, Franco Angeli, pp. 463-470

[32] Sabatini F. (2023), “Sicani-Telling: storie minute dai margini della Sicilia”, Documenti Geografici, vol. 2, pp. 177-195

Con l’obiettivo di far fronte a tale fenomeno, i tre comuni Sicani stanno cercando di adottare e costruire diverse strategie di resistenza, attrattività, rigenerazione, investimenti. Tra queste strategie rientrano le reti di collaborazione tra i comuni istituite attraverso il GAL Sicani e le diverse realtà locali, le quali stanno investendo, più che sull’erosa agricoltura o pastorizia, sul terziario e le strutture ricettive. Tali investimenti e misure intendono creare una relazione tra rigenerazione ed elaborazione di un immaginario territoriale in cui, come avviene con Val di Kam, al centro dell’esperienza turistica viene messo il chi e non il come [31] coinvolgendo nel racconto del territorio chi questo lo vive e lo attraversa quotidianamente. Una strategia, questa, che in effetti sta richiamando flussi turistici, più di nicchia, in cerca delle esperienze offerte dal turismo esperienziale. 

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Ma la relazionalità, l’incontro e il percorso su cui si investe punta anche ad attrarre quello che nelle interviste i sindaci o gli abitanti di lunga data, hanno chiamato ‘turismo di ritorno’: le terze, quarte, quinte generazioni successive della prima emigrazione che in determinate stagioni dell’anno, in particolare in Estate, tornano nei tre comuni per breve tempo per gestire relazioni e proprietà o per viverle. Il numero di abitanti, infatti, in questi periodi aumenta notevolmente e i comuni investono nella vivibilità e riqualificazione per sostenere questi cicli di ritorno alle origini. 

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I gemellaggi istituiti tra Sant’Angelo Muxaro e Bedford in Inghilterra, tra Sant’Elisabetta e la cittadina belga Chapelle-lez-Herlaimont, tra Joppolo Giancaxio e Montreal, puntano così non soltanto a rendere viva la memoria della migrazione avvenuta, ma ad istituire dei canali di dialogo, scambio, riconoscimento, progetti europei e valorizzazione per le comunità di questi territori, in Sicilia o nelle altre città europee e in continente americano.

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Ecco, dunque, il racconto di un territorio che si fa storyteller [32]: dal forno di comunità di S. Angelo Muxaro, alle grandi storie narrate da Pierfilippo Spoto e Val di Kam sui percorsi a piedi; dall’Homerestaurant della Signora Lisa Greco tra i vicoli di S. Angelo alle attività culturali che prendono vita sulla scalinata riqualificata di Santa Elisabetta; dalle sagre alle feste, dalla costruzione di teatri alle biblioteche riaperte; dall’accoglienza dei viaggiatori della Via Francigena alle attività culturali e tradizionali dell’associazione Benjamin a Joppolo; dalle rupi ai cristalli di gesso e le loro guide speleologiche sempre in cerca di cavità da scoprire; dalla richieste continue di tutela di un patrimonio archeologico-naturalistico ancora in gran parte privatizzato, sino alla rinnovata ricerca della storia e delle rotte di Dedalo, Minosse e Cocalo. 

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Monte Guastanella

Mulino

Monte Checco

Monte Comune

Vallone del Ponte

Riserva naturale Grotta di Sant'Angelo

Grotta Ciauli / Colle Sant'Angelo 

Monte Castello

Rupe Cheli

Aragona

foce

fiume Platani

Fiume Platani

Agrigento

SANTA ELISABETTA
Chiesetta di S. Antonio Abate / Scalinata dei matrimoni
SANT'ANGELO MUXARO
Chiesa Madonna del Carmelo / Chiesa della Matrice / Museo Archeologico
JOPPOLO GIANCAXIO
Castello Ducale Colonna  / Chiesa Madre / Grotta del Principe