Mito e
Archeologia

I miti non sono solo vecchie storie tramandate oralmente. Sono complessi sistemi culturali e simbolici che rivelano come le civiltà interpretano il mondo.

[1] Kerényi K. (1983), Nel labirinto, Torino, Boringhieri [ed. or. 1966]

[2] Vernant J-P. (1965), Mythe e pensée chez le Grecs. Etudes de psychologie historique, Paris, Maspero

[3] Barthes R. (1957), Mythologies, Paris Seuil

I miti sono narrazioni che svelano verità profonde sull’esistenza umana e sui valori collettivi delle comunità. Hanno una natura simbolica e utilizzano immagini e forme narrative per rappresentare la realtà; spesso coinvolgono divinità, rilevando così una dimensione sacra; sono ideologici e dunque raccontano strutture di potere, norme culturali, ma servono anche a coprire divisioni e conflitti; infine, ci fanno capire come le società si percepiscono: il proprio passato, presente e futuro [1].
Il mito operando narrativamente [2] può giustificare strutture politiche o morali, forme di ribellione o di resistenza all’autorità. Come ogni archetipo, i miti attingono a figure e modelli senza tempo che ricorrono in tutte le culture.
Poiché il mito porta con sé sempre un mistero anche a Sant’Angelo, Sant’Elisabetta e Joppolo Giancaxio – per l’appunto i Borghi del mito – troviamo storie che resistono alla spiegazione.

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Infine, proprio perché il mito è una parola [3] e, dunque, un sistema di comunicazione che è costituito da narrazioni e rappresentazioni simboliche, ci muoveremo tra le poche fonti letterarie e i ritrovamenti archeologici per raccontare come questa parte della Sicilia fosse al centro di scambi e conflitti.

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Rouillé G. (1553), Promptuarii Iconum Insigniorum. Ritratto di Minosse

Buonarroti M. (1536-1541), Minosse (particolare della Cappella Sistina)

[4] Caio Giulio Igino, Fabulae

[5] Tucidide, Storie

[6] Virgilio, Eneide

[7] Dante Alighieri, Comedia, poi con Boccaccio Divina Commedia

Minosse, Dedalo, Cocalo e la nascita dei Borghi del Mito

La nostra storia parte da tre personaggi: Minosse re di Creta secondo alcuni un giusto secondo altri un tiranno; Dedalo l’ingegnoso costruttore e artista; Cocalo re dei Sicani di cui sappiamo pochissimo. Prima di raccontare il mito che si aggira tra i nostri borghi dobbiamo presentare questi tre personaggi.

Minosse re di Creta

Igino [4] narra l’importanza di Minosse definendone i natali divini e la sua forza militare: figlio di Giove e di Europa, combatté contro gli ateniesi, rendendoli suoi tributari. Attraverso le parole di Tucidide [5] scopriamo ancora qualcosa in più sul re cretese: Ora Minosse fu il più antico di coloro che conosciamo attraverso la tradizione a possedere una flotta ed avere il controllo della maggior parte del mare oggi chiamato greco; […] si prodigò quanto più poté per sgombrare il mare dai pirati affinché i tributi gli arrivassero con maggior facilità. Quando fu costituita la flotta di Minosse, la navigazione tra un popolo e l’altro divenne più facile (poiché da lui furono espulsi i briganti dalle isole al momento in cui ne colonizzò la maggior parte); e gli uomini che abitavano lungo il mare, procurandosi ora più di prima il denaro, vivevano con maggior sicurezza, e alcuni si circondavano anche di mura, visto che erano diventati più ricchi.

Attraverso queste parole possiamo comprendere come Minosse avesse incentrato il suo dominio sul mare Mediterraneo grazie alla sua poderosa flotta. Il suo potere sul mare – per la nostra storia – rese impossibile la fuga di Dedalo se non attraverso i cieli, con la costruzione delle ali. Infine, abbiamo ancora alcune tracce letterarie importanti sulla figura di Minosse che viene descritto come un giudice di anime.

Infatti, Virgilio nell’Eneide [6] scrive di lui:
Queste dimore infernali non sono state assegnate
senza giudizio e giudice: Minosse inquisitore
scuote l’urna dei fati, convoca l’assemblea
dei morti silenziosi, li interroga, ne apprende
i delitti e la vita

Molto più tardi, nella Divina Commedia, Dante [7] pone Minosse all’entrata del secondo cerchio dell’Inferno. Anche qui è il giudice incaricato di ascoltare le colpe delle anime:

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa

Dedalo, Pasifae e mucca di legno, Affresco romano proveniente dalla parete settentrionale del triclinio della Casa dei Vettii (VI 15,1), Pompei

[8] Diodoro Siculo, Biblioteca storica

Dedalo

Diodoro Siculo [8] racconta che Dedalo è ateniese: di gran lunga superiore a tutti gli altri uomini per doti naturali e si dedicò con tutto il cuore all’arte dell’edilizia. Bandito dalla patria e condannato per omicidio, scappa e si rifugia prima nell’Attica e poi approda a Creta alla corte del re Minosse.

Anche a Creta, le sue azioni lo costringono a scappare nuovamente. Infatti, sempre Diodoro narra:
secondo il mito tramandatoci, quando Pasifae, moglie di Minosse, si innamorò di un toro, egli ideò un meccanismo che la rendeva simile a una mucca, aiutando così Pasifae a realizzare il suo desiderio.

L’unione di Pasifae con il toro genera il Minotauro che sarà rinchiuso in un labirinto ideato da Dedalo, ma questa storia – se continuata – porterebbe a un altro mito. Dunque, tornando al nostro, Diodoro narra che Minosse volendolo punire e non riuscendo a trovarlo, ordinò a tutte le navi dell’isola di cercarlo e promise di dare una grossa somma di denaro a chiunque fosse riuscito a trovarlo.

Interrompiamo un attimo il racconto della fuga di Dedalo per presentare l’ultimo personaggio del nostro mito: Cocalo.

[9] Bianchetti S. (2005), “Il V libro della Biblioteca storica di Diodoro e l’‘isolario’ dei Greci”, in Ambaglio D. (a cura di), Epitomati ed epitomatori: il crocevia di Diodoro Siculo, Como, New Press, pp. 13‑31

[10] Ambaglio D. (2008), Diodoro Siculo. ‘Biblioteca storica’. Commento storico. Introduzione generale. Milano, V&P, pp. 3‑102

Cocalo

Tutte le informazioni che abbiamo su Cocalo sono legate al mito che andremo a raccontare. Tuttavia, le fonti parlano di un re dei Sicani di nome, appunto, Cocalo.

Ma chi erano i Sicani? Diodoro Siculo scrive che furono i primi abitanti della Sicilia, [anche se] alcuni storici discordano sul loro conto. Alcuni, infatti, pensavano che fosse una popolazione proveniente dalla Spagna, altri invece che fossero autoctoni. Diodoro riporta ancora: i Sicani, quindi, abitarono l’isola fin dall’antichità. I Sicani, quindi, anticamente vivevano in villaggi e costruirono i loro insediamenti sulle alture più fortificate per proteggersi dai pirati. Non erano soggetti al solo governo di un re, ma ogni insediamento aveva un signore.

Tra tutti è sempre Diodoro a fornirci maggiori informazioni sui Sicani. La loro condizione nel V secolo è di piena autonomia da un punto di vista politico e da quello militare, le fonti narrano come fossero in grado di armare proprie truppe. Infine, si racconta che i Sicani si spostarono dalle fertili terre orientali della Sicilia verso la zona occidentale a causa delle eruzioni dell’Etna e dei seguenti e frequenti terremoti.

Tuttavia, non abbiamo una geografia dei luoghi poiché Diodoro non sembra molto interessato alla geografia, neppure in veste di piattaforma di sostegno e strumento per orientare nella lettura di una storia mondiale – nei suoi scritti, infatti, la geografia serve piuttosto a inquadrare spazialmente le grandi spedizioni e conquiste civilizzatrici degli eroi e dei re conquistatori del passato mitico [9] – nella sostanza […] non tiene conto dell’ammonimento rivolto da Polibio agli storici che riempiono i loro libri di toponimi inutili per l’impossibilità del lettore di collocarli nello spazio [10]

Autore sconosciuto, acquaforte. Veduta del prospetto della città di Girgenti, situata sopra il monte Camico, ove era stata l’antica Regia di Cocalo, già Re dei Siciliani: si vede a mano destra la Regia Atene, ed a sinistra in distanza il mare Libico

Salvator Ettore (incisore Nicolaus d’Oratij). Aspetto dalla parte, che guarda tramontana del monte Camico, sopra il quale fu la Regia di Cocalo Re’ delli Sicani, poi la fortezza dell’Agrigentini, in oggi vi è la città di Girgenti

Presentati i tre personaggi, ritorniamo al movimento di Dedalo – sempre in fuga – da Creta alla Sicilia attraverso il mar Mediterraneo. Un Mediterraneo, allora come oggi, fatto d’incontri e scontri.

Dunque, avevamo lasciato Dedalo che ingegnosamente aveva preparato delle ali per fuggire da Minosse padrone dei mari. Il volo e l’arrivo di Dedalo in Sicilia sono narrati da tante fonti antiche. Noi scegliamo le parole di Diodoro Siculo: Dedalo […] fabbricò delle ali fatte con arte e meravigliosamente rivestite di cera: dopo che le ebbe poste sul corpo del figlio e sul suo, in modo inaspettato le dispiegarono per il volo, e fuggirono dal mare vicino all’isola di Creta. Icaro, a causa della sua giovinezza volò in alto e cadde nel mare perché la cera, che teneva insieme le ali, venne sciolta dal sole; egli, invece, volando vicino al mare e umettando ogni volta le ali, si salvò contro ogni attesa in Sicilia.

Per comprendere di preciso dove arriva Dedalo in Sicilia dobbiamo rivolgerci ad Apollodoro: Dedalo invece si salvò, e riuscì ad arrivare a Camico in Sicilia. Ora dove si trova Camico, sede della reggia del re Cocalo? Secondo alcuni si trovava nel sito dell’odierna S. Angelo Muxaro, altri dicono che va ubicata a pochi passi da quest’ultima: nel vicino Monte Castello.

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[11] Sammartano R. (2023), “La géographie de la Sicile dans la Bibliothèque historique de Diodore de Sicile”, in De Vido S. e Durvye C (a cura di), Un monde partagé: la Sicile du premier siècle av. J.-C. entre Diodore et Cicéron, Venezia, Ca’ Foscari, pp. 27-56

Infine, altri pensano che possa essere a Joppolo Giancaxio e più esattamente sulla rupe presso il castello settecentesco.

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In realtà non si riesce a risalire a un luogo preciso né dalle fonti antiche né dagli scavi archeologici.

Del resto, abbiamo già detto come per Diodoro i numerosi riferimenti a città, toponimi, idronimi, oronimi, ecc. sono per lo più citazioni vuote senza precise indicazioni topografiche [11].

[12] Diodoro Siculo, Biblioteca storica

Se geograficamente non sappiamo localizzare con precisione Camico, tuttavia sappiamo che Dedalo trascorse molto tempo nelle terre sicane. Realizzò diverse opere significative, tra cui sul sito dell’attuale Acragante, vicino al fiume Camico, costruì una città situata su una roccia, la più fortificata di tutte, assolutamente inespugnabile. Con il suo ingegno, rese la salita stretta e tortuosa, in modo che potesse essere custodita da tre o quattro uomini. Per questo motivo, Cocalo costruì lì il suo palazzo reale, dove conservò i suoi tesori e mantenne la città inespugnabile grazie al talento del suo ingegnere [12].

Se vogliamo farci trasportare dal fascino del mito, percorrendo oggi il territorio dei nostri borghi, il sito più suggestivo e simile alle descrizioni sembra Monte Castello la cui cima è raggiungibile attraverso un ripido, stretto e tortuoso sentiero.

Monte Castello. Scalata del sentiero.

[13] Ovidio, Metamorfosi

[14] Apollodoro, Biblioteca, Epitome

Sysang J.C. (1749), Dedalo in fuga dal labirinto, con il motto iuvat evasisse (felice di essere fuggito)

Ma torniamo all’arrivo di Dedalo. Se Diodoro ne fa un racconto puntuale e ingegneristico, Ovidio [13] ci canta del rapporto di Dedalo con Cocalo e la Sicilia attraverso la poesia:

All’amata Sicilia alfine arriva
Stanco già di volar Dedalo, dove
Del volo, de le penne il dosso priva,
Nè d’huopo gli è d’andar cercado altrove,
Che quivi appresso al Re talmente viva,
La fama de le sue stupende prove,
E con tal premio Cocalo il ritiene,
Che riveder più non si cura Athene.

L’ospitalità di Dedalo alla corte di re Cocalo, come abbiamo visto, produce buoni frutti; tuttavia, la scena che possiamo immaginare viene interrotta dall’arrivo di Minosse. Ecco cosa ci narra Apollodoro [14] :

Minosse andò all’inseguimento di Dedalo, e in ogni regione che attraversava faceva vedere agli abitanti una grossa conchiglia tritonide, e i suoi araldi promettevano una enorme ricompensa a chi fosse riuscito a far passare un filo di lino nella spirale della conchiglia: solo Dedalo, pensava Minosse, ne sarebbe stato capace, e in questo modo certo avrebbe scoperto dove si trovava. E un giorno Minosse arrivò anche a Camico, in Sicilia, alla corte di Cocalo, proprio dove Dedalo si nascondeva: e anche qui fece vedere la conchiglia.

[15] Pausania, Guida della Grecia

[16] Pindaro, Nemee

[17] Sammartano R. (1989), “Dedalo, Minosse e Cocalo in Sicilia”, in MYΘOΣ, n. 1

[18] Erodoto, Storie

Il re cretese riuscì a scoprire la presenza di Dedalo alla corte di Cocalo grazie alla sfida legata all’enigma della conchiglia. Tuttavia, lo stratagemma architettato da Minosse, vedremo, funzionò in parte perché Cocalo si rifiuterà di consegnare Dedalo. Ma leggiamo sempre Apollodoro:

Cocalo la prese, dichiarò che era in grado di far passare il filo, e portò la conchiglia a Dedalo.

Dedalo allora fece un buchino nella conchiglia, poi legò il filo di lino a una formica, la fece entrare da lì e quella poi uscì dalla parte opposta, dopo aver tirato il filo lungo tutta la spirale della conchiglia. Quando Minosse vide che il problema era stato risolto, capì che Dedalo si trovava alla corte di Cocalo, e chiese che gli venisse consegnato. Cocalo glielo promise, e intanto invitò Minosse a fermarsi come suo ospite: ma mentre faceva il bagno le figlie di Cocalo lo uccisero – e qualcuno dice che gli fu versata addosso dell’acqua bollente.

Infatti, racconta Pausania [15], Dedalo venne apprezzato per le sue qualità artistiche dalle figlie di Cocalo fino al punto che, per favorirlo, esse progettarono la morte di Minosse.

Dunque, le fonti antiche concordano nel dire che non fu il re ma le sue figlie a uccidere Minosse. Del resto, seguendo le parole di Pindaro [16] il metodo dell’uccisione è ideato dallo stesso Dedalo: Dedalo machinò, che le figliuole di Cocalo, coll’’acqua bollente per il palco-tramezza l’occidessero. Dunque, attraverso un orifizio praticato nel tetto fu versata dell’acqua bollente sopra Minosse [17].

La fine della storia la narra Erodoto [18]: Si racconta infatti che Minosse, giunto in Sicania alla ricerca di Dedalo, vi morì di morte violenta. Dopo qualche tempo, i Cretesi, spinti da un dio, tutti tranne quelli di Policne e di Praso, approdarono in Sicania con una grande flotta e assediarono per cinque anni la città di Camico, ai miei tempi abitata dagli Agrigentini. Ma alla fine, non essendo in grado né di espugnarla né di rimanere lì oppressi dalla fame, desistettero e se ne andarono.

L’ultimo protagonista, non ancora citato, è il fiume Platani (anticamente Halykòs che in greco significa salato). Come abbiamo visto dalla storia raccontata, è la via d’acqua che collega quella che oggi chiameremmo area interna con la costa in quell’inscindibile rapporto tra terra e mare. Il Platani sfocia nei pressi di Eraclea Minoa: se Eraclea rimanda all’eroe Eracle, Minoa potrebbe collegarsi proprio alla storia di Minosse.

Se il mito muove l’immaginario e si fa parola e narrazione costruendo paesaggi geografici intrisi di tracce immateriali e materiali, l’archeologia inizia da queste ultime per costruire – attraverso i reperti co-composti umani e non umani – la nostra storia, il nostro passato interpretandolo il meno possibile con gli occhi del presente.

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Paolo Orsi. La meravigliosa avventura. Fondazione Museo Civico di Rovereto (2019, Andrea Andreotti, Filmwork)

L’archeologo Paolo Orsi, Archivi Biblioteca “G. e R. de Cobelli” - Museo Civico di Rovereto, n. 6752/102

[19] Leroi-Ghouran (1965), Le Geste et la Parole II. La Mémoire et les rythmes, Paris, A. Michel

[20] Gullì D. (2021), “Sant’Angelo Muxaro nella preistoria”, in AA.VV. (a cura di) La Sicilia preistorica. Dinamiche interne e relazioni esterne, Regione Sicilia, pp. 217-229

[21] Mosso A. (1908), Le armi più antiche di rame e di bronzo, Roma, Accademia dei Lincei

[22] Orsi P. (1904), “Quattordici anni di ricerche archeologiche nel Sud-Est della Sicilia”, in Atti del Congresso Internazionale di Scienze Storiche, Roma, pp. 167-191

Mito e archeologia parlano di memoria collettiva che si fonda sulle capacità di conservare narrazioni, prestigi, tecniche e geopolitica. Nonostante il XVIII e il XIX secolo vivano soprattutto di taccuini e cataloghi, è in questo periodo che ci si chiede come conservare la memoria collettiva [19].

Dunque, i nostri Borghi del Mito trovano un’incarnazione nei tanti ritrovamenti che quest’area comprende. È una lunga storia che nasce ben prima del XIX secolo ma che grazie a Paolo Orsi diventa archeologia moderna.

Alla fine dell’Ottocento, l’archeologo Paolo Orsi condusse ricerche nella Valle del Platani, in Sicilia, concentrandosi in particolare sul sito di Sant’Angelo Muxaro, un villaggio povero ma ricco di testimonianze archeologiche. Le indagini iniziarono grazie a segnalazioni di tombe scoperte casualmente durante lavori agricoli, da cui emersero ceramiche indigene datate tra il IX e il VII secolo a.C., alcune con possibili influenze egee. 

Orsi studiò anche la monumentale Tomba del Principe, una struttura che definì a tholos che, nonostante fosse espressione della cultura autoctona, ricordava i modelli architettonici greci di età micenea [20].

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Nei primi del Novecento, ulteriori scavi portarono alla luce una tomba con ricchi corredi, tra cui quarantaquattro vasi, inizialmente attribuiti al Neolitico e all’età minoica, alimentando il dibattito sui rapporti tra la Sicilia e il mondo egeo [21]. Un ritrovamento significativo fu quello di un’anforetta micenea rinvenuta nella zona di Agrigento, che rafforzò l’ipotesi di contatti transmarini [22].

Negli anni Venti e Trenta, l’attenzione si focalizzò su un prezioso anello d’oro raffigurante una vacca che allatta un vitello, trovato da un contadino e poi acquistato da Orsi nonostante i dubbi sulla sua autenticità.

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Paolo Orsi. La meravigliosa avventura. Fondazione Museo Civico di Rovereto (2019, Andrea Andreotti, Filmwork)

[23] [24] Gullì D. (2021), “Sant’Angelo Muxaro nella preistoria”, in AA.VV. (a cura di) La Sicilia preistorica. Dinamiche interne e relazioni esterne, Regione Sicilia, pp. 217-229

[25] De Miro E. (2010), L’anello di Kokalos. Regalità e sacerdozio nell’evoluzione della cultura sicana, Messina, Università di Messina

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Le opinioni degli studiosi furono contrastanti: alcuni lo considerarono un falso, altri un manufatto di epoca submicenea. La questione trovò parziale chiarimento durante gli scavi del 1931-1932, condotti con Umberto Zanotti Bianco, quando fu scoperto un secondo anello d’oro, questa volta con l’immagine di un lupo.

Queste campagne di scavo rivelarono una necropoli articolata, con cinque tombe a tholos monumentali e tredici tombe più piccole. Tra queste, la Tomba VI, detta Tomba Ruffo, restituì due scheletri, ceramiche sia indigene che greche, oggetti in bronzo e l’anello con il lupo, attestando un uso prolungato dal X al V secolo a.C. La Tomba II, invece, presentava un ingresso con un sofisticato sistema di chiusura e un letto funebre scavato nella roccia, insieme a una vasta gamma di reperti che testimoniano una continuità d’uso dall’XI al V secolo a.C. [23]. La scoperta dell’anello d’oro con il lupo inciso, ancora infilato al dito di uno scheletro, dissipò ogni dubbio sull’autenticità del primo anello (quello con la vacca) rinvenuto vent’anni prima. Paolo Orsi, senza menzionare le coppe auree settecentesche già note, attribuì questi manufatti a un’arte submicenea, ipotizzando una provenienza da qualche città greca del Mediterraneo. La campagna di scavo si concluse il 31 maggio 1931, e Orsi lasciò Sant’Angelo Muxaro senza più ritornarvi.

Sant’Angelo Muxaro si confermò così come un centro indigeno di grande rilievo, caratterizzato da una cultura autonoma ma aperta a influenze esterne, in particolare egee e greche. Le ricerche di Orsi e Zanotti Bianco hanno permesso di ricostruire la complessità di una comunità che, tra preistoria ed età protostorica, seppe sviluppare una propria identità mantenendo contatti con il Mediterraneo orientale.

Inoltre, recenti scavi in contrada Capreria hanno rivelato una frequentazione ininterrotta dal Bronzo antico a tutto il Bronzo medio e tardo [24], con ritrovamenti eccezionali nella Grotta dei Bronzi. La stanza 1 della grotta ha restituito la sepoltura di un giovane armato, con un corredo di spade. Questi ritrovamenti confermano ancora una volta l’importanza del sito come crocevia culturale, con influenze egee ma radicato nella tradizione indigena, proprio come aveva intuito Orsi quasi un secolo prima.

Infine, Sant’Angelo Muxaro assume un ruolo di primo piano nel contesto protostorico siciliano, in particolare – come già evidenziato – per la sua identificazione con l’antica Camico, la mitica città del re sicano Cocalo, la cui localizzazione è oggi prevalentemente attribuita a questo sito archeologico. In questo contesto storico, fortemente legato alla storia del popolo Sicano [25], spicca il tesoro degli ori di Sant’Angelo Muxaro, di epoca protostorica composto da quattro patere e due anelli-sigillo.

[26] Gullì D. (2021), “Sant’Angelo Muxaro nella preistoria”, in AA.VV. (a cura di) La Sicilia preistorica. Dinamiche interne e relazioni esterne, Regione Sicilia, pp. 217-229

[27] Houel J.P. (1787), Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Lipari et de Malte, vol. IV, Paris

[28] de Saint Non J.C. (1781) Voyage pittoresque, ou, Description des royaumes de Naples et de Sicile, Paris

Come dice Gullì [26] le patere furono scoperte intorno alla metà del ‘700, acquistate dal vescovo di Girgenti Mons. Lucchesi Palli per la propria raccolta museale presso la Biblioteca vescovile, riportate da J. Houel, che nel suo Viaggio in Sicilia del 1776 ne vide e descrive due, una decorata e una liscia. Delle quattro patere, di cui due già perdute nel 1776, se ne conserva solo una, decorata, oggi al British Museum; dalle riproduzioni grafiche di J. Houel da notizie di Giuseppe Lanza Branciforte principe di Trabia, sappiamo che la patera decorata oggi perduta era praticamente identica alla patera del British Museum.

Prima di analizzare la patera, riportiamo il pezzo che Jean Pierre Louis Laurent Houel in Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari dedica alla nostra storia:

Immediatamente sotto queste mura si trovava Agrigentino in Camico, ovvero la parte fertile di Agrigento. Le fu dato questo nome perché Camico, re dei Siculi, abitava questa parte del monte prima di Cocalo. Phaiaris, che gli succedette, ampliò la città. – continua Houel – Ho solo un’ultima osservazione da fare su Girgenti. È necessario per sapere qual era l’unico punto da cui si poteva entrare e uscire quando questo luogo era la fortezza di Cocalo e Camico. Era consuetudine, in quei tempi di antichità e di paura, avere un solo ingresso per questi luoghi elevati, in modo da potersi difendere più facilmente. – Infine, entrando più nel dettaglio e all’inizio del capitolo intitolato Vista dell’unica entrata della Fortezza di Cocalo e Camico, Re dei Siculi narra – Questa fortezza era situata, come ho già detto, sulla parte più alta del luogo occupato da Girgenti, nel luogo dove oggi sorgono la Cattedrale, il Seminario e il Palazzo degli Epicopai. Tutte le estremità di questo luogo erano difese da una ripida roccia su tutti i lati, il cui accesso era impraticabile. Tuttavia, era necessario entrarvi. A tal fine, era stato realizzato un pavimento così stretto e così profondamente scavato nella roccia che era assolutamente impossibile entrarvi senza il permesso degli abitanti. Questo espediente garantiva la loro sicurezza. Per maggiore precauzione, avevano conservato all’interno, dopo questa gola, una spianata di circa trecento metri quadrati, dove si poteva combattere. Oltre questa spianata si incontrava una fertile gola, dove si trovava la porta della città, che poteva anche essere facilmente difesa. Questa spianata è oggi un sobborgo di Girgenti, chiamato Rabato. Serve da ingresso a questa città, come faceva per le fortezze di Cocalo e Camico [27].

Ora come possiamo notare, Houel riporta alcuni errori fondamentali: parla di Siculi e non di Sicani come attestano le antiche fonti; inoltre posiziona Camico proprio a ridosso di Agrigento cosa, anche qui, che le fonti antiche non fanno. Possiamo immaginare che nel XVIII secolo le tracce fossero assolutamente scomparse e con esse anche le memorie dei luoghi; rimaneva soltanto il mito tramandato che affascinava questi viaggiatori francesi. Infatti, troviamo un’immagine molto simile in Saint Non [28] che però attribuisce il paesaggio alla rupe di Athena (anche lui sbagliando).

Houel J-P.L.L. (1787), Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Lipari et de Malte, vol. IV, Paris, l’Imprimerie de Monsieur. Ingresso unico dell'antica Fortezza di Cocalo. Vista di una parte delle Mura di Agrigento

de Saint-Non J-C. R. (1784), Voyage Pittoresque de Naples et de Sicile, vol. IV, parte I. Vista del Rabato che circonda l’antica città di Agrigento chiamata anche Rupe di Athena

Houel J-P.L.L. (1787), op.cit., Vasi d’oro della Biblioteca episcopale di Agrigento

(in alto) Anello aureo con grifone inciso nel castone - Museo Archeologico di Firenze / (in basso) Anelli aurei con lupo e mucca che allatta un vitellino incisi nel castone - Museo Paolo Orsi di Siracusa

[29] Gullì D. (2021), “Sant’Angelo Muxaro nella preistoria”, in AA.VV. (a cura di) La Sicilia preistorica. Dinamiche interne e relazioni esterne, Regione Sicilia, pp. 217-229

[30] Pace P. (1953-54), “Ori della reggia sicana di Camico”, in Archaiologike Ephemeris, n.1, pp. 273-288

[31] Rizza G. e Palermo D. (1994), La necropoli di Sant’Angelo Muxaro. Scavi Orsi – Zanotti Bianco 1931-1932, Catania, CNR

[32] Gullì D. (2021), “Sant’Angelo Muxaro nella preistoria”, in AA.VV. (a cura di) La Sicilia preistorica. Dinamiche interne e relazioni esterne, Palermo, Regione Sicilia, pp. 217-229

[33] Vagnetti L. (1972), “Un anello del museo archeologico di Firenze e le oreficerie di Sant’Angelo Muxaro”, in Studi Micenei ed Egeo-anatolici, XV, pp. 189-201

Appare piuttosto strano che Houel pensi a Camico poiché il viaggiatore francese ben conosceva l’esistenza di Sant’Angelo e lo poneva a dieci miglia di distanza da Agrigento descrive e disegna le patere custodite nella Biblioteca del vescovo Lucchesi:

Le figure F, G e H rappresentano lo stesso vaso. L è un piattino d’oro. È mostrato dal basso in F. In G, è visto dall’interno. Il cerchio I è una cavità in cui è stato avvitato qualcosa, che si eleva perpendicolarmente dal centro di questo vaso. La figura H è lo stesso vaso di profilo, in modo che se ne possa vedere la profondità. È decorato con sei buoi in rilievo all’interno e cavi all’esterno. Queste figure sono di scarsa fattura e ricordano il carattere delle opere egiziane. Questo vaso ha un diametro di cinque pollici e quattro linee. Le figure M e N rappresentano un altro vaso, anch’esso in oro. Misura quattro pollici e si estende per diciotto linee di altezza. N lo presenta di profilo. M lo mostra dall’alto: è privo di ornamenti. Nel 1769, in questa biblioteca c’erano quattro vasi d’oro antichi, due dei quali simili a quelli che abbiamo appena menzionato. Il barone de Reidesel parla di questi quattro vasi nella sua opera sulla Sicilia e la Magna Grecia. Oggi rimangono solo i due vasi che ho raffigurato sopra. Il vescovo mi disse che un canonico, legatario universale del vescovo Luchesi, li aveva donati a un inglese, come se questi grandi oggetti fossero appartenuti al vescovo e non fossero depositi della nazione e non del loro custode. Questi vasi d’oro furono trovati sul fondo di una tomba in un antico villaggio ora chiamato Sant’Angelo, un villaggio situato a dieci miglia da Girgenti. In questa stessa biblioteca è conservata una collezione di circa milleduecento medaglie. Si può ammirare una bellissima serie di imperatori romani; si vedono diverse imperatrici e rarissime medaglie consolari in bronzo. Le medaglie delle antiche città della Sicilia sono in argento. Le medaglie puniche sono in oro.

Se entriamo nel dettaglio dell’unica patera rimasta, essa si trova al British Museum di Londra, ha un diametro di 14,6 cm e pesa 190 grammi; all’interno della coppa vi è una decorazione a rilievo rappresentante sei bovini in movimento. Su un lato, è punteggiato il disegno di un crescente lunare; pointillé è anche l’anello di fondo interno. L’orlo ricurvo della coppa è ornato di linguette distinte da coppia di bastoncini a rilievo. La tecnica decorativa è quella dello sfurlaton con martellatura dall’esterno e sbalzo nella faccia interna [29]. L’interpretazione di questi manufatti oscilla tra due ipotesi: un’origine fenicio-cipriota (VII sec. a.C.), legata ai commerci con la Sicilia [30], e una produzione indigena sicana, frutto di influenze egee rielaborate localmente [31]

Patera d’oro decorata con sei tori in rilievo; al centro l’incastonatura di una gemma (mancante), Collezione Hamilton, British Museum

Tornando agli anelli d’oro (del lupo e della vacca che allatta) anche loro rientrano in questo contesto: hanno forma simile, castone amigdaloide contornato, decorati con incisione profonda, in negativo. L’anello con lupo pesa g 54,8, l’anello con vacca allattante il suo vitello 45,9. Già Lucia Vagnetti ha osservato che si tratta di un tipo di anello decorato con animali adottato largamente in ambiente levantino e specialmente a Cipro sin dalla seconda metà del II millennio [32]. Infine, esiste un terzo anello conservato al Gabinetto delle Gemme del Museo Archeologico di Firenze. Un anello d’oro massiccio (22,87 g) dal castone ovale a forma di mandorla. Il suo castone ovale è modellato come una mandorla leggermente affusolata alle estremità; un solco inciso ne delimita il contorno, mentre al centro si staglia la figura dinamica di un grifo gradiente verso destra e retrospiciente. Fra i materiali a me noti gli unici anelli che ripetono pressoché esattamente la forma dell’anello di Firenze sono i due famosi anelli di Sant’Angelo Muxaro [33].

A poca distanza dal centro abitato di Sant’Angelo si trova il Monte Castello; qui forse, come abbiamo detto, vi era l’antica città di Camico.

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È un sito archeologico di grande interesse, ancora non del tutto esplorato. Si erge come un imponente rilievo gessoso, alto e scosceso, che domina da est il corso del fiume Platani. Sulla sua sommità, un pianoro allungato ospita i resti di un maniero medievale, identificabile con il Qal’at al Musàri’ah citato dalle fonti arabe [34] e più volte ricordato da studiosi a partire da Fazello [35].

Le indagini archeologiche sul sito ebbero inizio nel 1932, quando Orsi condusse i primi saggi, portando alla luce strutture murarie e ceramiche riconducibili all’età tardo-arcaica. Successivi accertamenti di superficie hanno rivelato tracce di frequentazione protostorica e arcaica, legate allo stesso complesso antico cui appartiene anche la necropoli indigena monumentale di Sant’Angelo Muxaro.

[34] Amari M. (1933), Storia dei musulmani di Sicilia, Catania, Nallino

[35] Fazello T. (1558) De rebus Siculis decades duae. Nunc primum in lucem editae

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Questi reperti, insieme alle evidenze archeologiche, confermano Sant’Angelo Muxaro come un centro di potere sicano, aperto a relazioni transmarine che ne hanno influenzato l’arte e l’identità, ponendolo al crocevia tra Mediterraneo orientale e cultura locale.

A poca distanza da Santa Elisabetta si trova il Monte Guastanella (609 metri); si presenta come un sito naturalmente fortificato, con accesso reso difficoltoso dai ripidi pendii meridionali e occidentali, caratterizzati da pareti a picco, mentre il versante settentrionale offre pendii più dolci e accessibili.

Monte Guastanella

[36] [37] [38] Gullì D. (2021), “I siti archeologici di Santa Elisabetta”, in Gullì D. e Lugli S. (a cura di), Percorsi geo-archeologici a Santa Elisabetta. Dai cristalli giganti di Monte Cheli alla fortezza di Monte Guastanella, Palermo, Regione Siciliana, pp. 47-114

Nel 1931, come scrive Gullì [36], Paolo Orsi si reca a Joppolo, ma leggiamo le sue parole:
Poiché siamo in ballo, scendiamo a Ioppolo, centro della proprietà del
duca di Cesarò […]
alle 13 e tre quarti abbiamo iniziato (o attaccato?) la salita
di Monte Guastanella, 610 metri,
[…] Si parla di tre chiesette e di
un convento sulla cresta, dove però io
non sono salito.
Il conte mi ha mostrato i rilievi di due
camere trogloditiche, che egli non ritiene
chiese ma dimore arabe.
[…]
Una quantità di cocci medievali riveste il suolo. Uno solo stagnato verde
raccolto.
Insomma M. Guastanella è un enigma.
[…]
ZB (Zanotti Bianco) pensa ad un castelluccio arabo.

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Poiché Orsi ha ormai una certa età, sarà Zanotti Bianco a schizzare gli ambienti ipogei rettangolari; allo stesso tempo un secondo disegno raffigura un’imponente cisterna idrica; l’ultimo schizzo mostra la camera ipogea a pianta rettangolare, dal tetto a spiovente e una serie di fori lungo le pareti laterali, che si trova a ridosso della grande cisterna [37].

Il luogo conserva tracce di frequentazione preistorica; sono presenti due tombe a grotticella: la prima, a doppia camera con celle circolari e volta convessa, mostra un ingresso trapezoidale e un sistema di chiusura con risega laterale; la seconda, più piccola e parzialmente erosa, presenta una pianta circolare e volta convessa [38].

[39] Johns J. (1983), “Monte Guastanella: un insediamento musulmano nell’agrigentino”, in Sicilia Archeologica, n. 51, pp. 33-51

[40] Gullì D. (2021), “I siti archeologici di Santa Elisabetta”, in Gullì D. e Lugli S. (a cura di), Percorsi geo-archeologici a Santa Elisabetta. Dai cristalli giganti di Monte Cheli alla fortezza di Monte Guastanella, Palermo, Regione Siciliana, pp. 47-114

[41] Raccuglia S. (1913), “Santa Elisabetta”, in Akragas. Rivista di storia, archeologia e Folklore della provincia di Girgenti, vol. II, pp. 155-158

Le uniche testimonianze preistoriche consistono in sporadici frammenti ceramici, segnalati già negli anni Ottanta, riconducibili al tardo Eneolitico e al Bronzo antico, a conferma di una frequentazione antica seppur limitata del sito [39].

Monte Comune, che si erge a ovest dell’abitato di Santa Elisabetta, rappresenta uno dei siti più rilevanti dal punto di vista naturalistico e archeologico. La sua morfologia unica, con tre creste principali (tra i 610 e i 649 metri di quota) separate da avvallamenti, lo rende facilmente riconoscibile nel paesaggio. Nella cima più alta sono state trovate tracce del periodo preistorico. Un passaggio a strettoia introduce alla grotta biforcandosi: a sinistra una piccola sala, a destra in un cunicolo verticale che porta a un ambiente (4×2,5 m) con tracce umane e ceramiche. Un ulteriore cunicolo conduce a vani con stalattiti e vaschette, anch’essi ricchi di frammenti ceramici ma pesantemente alterati. La zona più interna, accessibile attraverso un tortuoso percorso, presenta splendide concrezioni e depositi terrosi con ceramiche, purtroppo molto compromessi [40].

Altro sito di notevole importanza è la parete del versante nord-ovest della rupe Cheli.

Monte Comune

Versante nord-ovest della rupe Cheli

Rappresenta una delle prime attestazioni note della necropoli paleocristiana nel territorio di Santa Elisabetta. Ecco la testimonianza di Salvatore Raccuglia: è tutto un gran masso di solfato di calce, non molto puro all’apparenza, ma dai cristalli assai grandi, che danno gesso in quantità, senza quasi alcuna fatica ad estrarlo. […] La sua roccia è traforata da una trentina di tombe a forno, con la bocca più piccola dell’interno, col fondo piano, a base presso che circolare e con la volta a cupola e di dimensioni piuttosto grandi tanto che ci si può stare appena curvati [41].

Incassata nella rupe troviamo una necropoli con numerose tombe ad arcosolio scavate nella roccia.

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Attualmente sono visibili quarantadue tombe, ma originariamente dovevano essere ben più numerose. Vaste sezioni della parete rocciosa sono andate perdute a causa dell’intensa attività di estrazione del gesso protrattasi fino alla metà del Novecento. Sulla superficie si osservano ancora i segni dei cunei piatti utilizzati per il distacco dei blocchi, testimonianza tangibile di questa passata attività estrattiva che ha irrimediabilmente alterato il sito. Le tombe, scavate in una suggestiva parete di cristalli giganti, creano un effetto unico e luminoso, soprattutto nel pomeriggio quando i raggi del sole fanno risplendere le superfici cristalline. Le sepolture presentano diverse tipologie, tra cui arcosoli, tombe a cassa all’aperto e a cassa all’interno di ipogei, testimoniando una varietà di pratiche funerarie.

Per quanto riguarda Joppolo Giancaxio, sono poche le testimonianze legate ai Sicani, quello che sappiamo però è che esistono molte grotte all’interno di terreni privati.

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