Ecologie

Il paesaggio geografico non è mera morfologia, ma un accumulo di sedimentazioni culturali, storiche e sociali, di conflittualità e visioni, di trame, individuali e collettive [1].

[1] Cosgrove D. (1984), Social Formation and Symbolic Landscape, Madison, The University of Wisconsin Press

Queste storie sommerse, riemerse o ancora da inventare, sono co-costruite e co-agite da una molteplicità di attori, umani, vegetali, animali o creature ibride e mitologiche. Qual è il paesaggio dei borghi del mito? Da quali ecologie più-che-umane è costituito?

In una delle versioni del mito di Dedalo, Cocalo e Minosse, un ruolo centrale per il dipanarsi della sua trama narrativa e territoriale è svolto dal corso d’acqua del fiume Platani. Tra i fiumi principali della Sicilia per estensione e volume, il Platani sorge sui Monti Sicani, tra S. Stefano di Quisquina e Castronovo di Sicilia, e lungo il suo corso di oltre 100 km attraversa le province di Palermo, Caltanissetta e Agrigento per sfociare nella Riserva Naturale Orientata della foce del Fiume Platani a Borgo Bonsignore, in territorio di Ribera, dove si getta nelle acque del Mar Mediterraneo.

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[2] Chakrabarty D. (2021), The Climate of History in a Planetary Age, Chicago, The University of Chicago Press

[2] Peters K., Steinberg P. (2019), “The Ocean in Excess. Towards a more-than-wet ontology”, Dialogues in Human Geography 9 (3), pp. 293 – 307

[3] Carson R. (1951), The Sea Around Us, Oxford, Oxford University Press

[4] Madonia G., Panzica La Manna M., Vattano M. (2016), “Trent’anni di ricerche carsologiche nelle evaporiti della Sicilia”, in Atti Del Convegno Nazionale ‘La ricerca carsologica in Italia’”, Laboratorio Carsologico sotterraneo di Bossea, Frabosa Soprana, pp. 37-48

[5] Curcuruto E., Tigano E. (2018), “Sotto il sale. Itinerari geoturistici tra miniere ed evaporiti in Sicilia”, Fossils & Minerals, 5, pp. 44-54

[6] Bazzano G., Guarino G., (2015), “La Costa Agrigentina: Messiniano a cielo aperto”, Natura e Montagna, LXII, 2, pp. 50-62

[7] Lugli S. (2021), “I gessi di Santa Elisabetta, risultato della crisi di salinità del Mediterraneo”, in D. Gullì, S. Lugli (a cura di), Percorsi geo-archeologici a S. Elisabetta. Dai cristalli giganti di Monte Cheli alla fortezza di Monte Guastanella, Assessorato dei Beni Culturali e dell’identità siciliana, Palermo

Come evidenziato da ogni ricostruzione storica, i corsi d’acqua determinano la vivibilità del pianeta, così come la relazionalità necessaria tra l’umano e il non-umano per lo sviluppo di processi di abitabilità [2] . Proprio nella valle del Platani si stanziò infatti l’antica civiltà sicana, ed è proprio nella valle costituita dal corpo d’acqua del Platani che si dipana la trama dell’antico regno sicano di Kokalòs. Quale che sia la versione del mito a cui vogliamo rifarci, che sia quella di S. Angelo Muxaro, in cui Minosse giunge proprio attraverso il Platani nei Sicani alla ricerca di Dedalo, o quella di Joppolo Giancaxio, secondo la quale invece sullo sfondo della storia vi è il mare dell’antica Akragas (Agrigento), entrambe le versioni della storia si rifanno ad un paesaggio d’acqua. Il mito ci accompagna così a scorgere le tracce di una storia di elementi acquatici in una Sicilia martoriata dalla siccità: un elemento cangiante, continuamente in movimento e, nelle sue diverse materialità liquide, solide, gassose, sempre intorno a noi, anche quando non è visibile ai nostri occhi [3] [4].

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Il territorio dei borghi del mito (S. Angelo Muxaro, S. Elisabetta, Joppolo Giancaxio) è in effetti costituito da idrogeografie complesse, le cui tracce vanno ricercate nel suo paesaggio: nel corpo d’acqua del Platani, con le sue molteplici diramazioni; nel corpo delle formazioni di questo paesaggio in mutamento co-composto dall’acqua, fatto di grotte, interstizi, doline, karren, stalattiti, solchi, inghiottitoi, insenature. Questo è il paesaggio carsico, un processo geologico che narra proprio dei processi di erosione agiti dall’acqua, in superficie come in profondità, il quale rende il territorio dei borghi un geosito affascinante dal punto di vista delle ecologie più-che-umane.

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Ma cosa ha determinato questi paesaggi carsici? Per comprendere questa storia d’acqua, con le sue diverse materialità, dobbiamo ripartire da molto lontano, molto più indietro della civiltà sicana. Dobbiamo tornare ovvero a circa 6 milioni di anni fa, all’era geologica del Messiniano, quando il Mediterraneo fu interessato da un evento noto in geologia come crisi di salinità messiniana, la chiusura ovvero dello Stretto di Gibilterra che separò così le acque del Mar Mediterraneo da quelle dell’Oceano Atlantico [4] [5] [6] [7] fino alla riapertura del canale e il successivo riempimento del bacino, avvenuto circa 5,3 milioni di anni fa. Tale isolamento del Mediterraneo comportò la riduzione del livello del mare, l’evaporazione dell’acqua e la sua trasformazione in una vera e propria salina: l’accumulo e il deposito del sale raggiunsero una tale concentrazione da dar vita alle rocce evaporitiche – originate appunto dall’evaporazione dell’acqua marina – depositatesi in tre fasi successive e divise sostanzialmente in tre tipologie, ovvero rocce calcaree, gessose e saline. Tre rocce che hanno agito e continuano ad agire le storie e le geografie della Sicilia e che, proprio come l’acqua da cui hanno avuto origine e da cui sono co-composte, sono in continua erosione e mutamento, accompagnandoci così a scavare nella ricchezza delle storie sedimentate nel paesaggio.

[8] De Marco P. (2016), Abitare l’inabitabile. Piccole architetture per il fiume Platani, 40due Edizioni, Palermo

[9] Lo Porto A. (2019), “L’approdo di Minosse. Studi preliminari sul porto antico di Eraclea Minoa”, in R. La Rocca, Atti del VI Convegno Nazionale di Archeologia Subacquea, pp. 227-233

[10] Si veda Castiglione M. (2023), “Per una via siciliana dei gessi. Quando le parole portano alle cose”, Dialoghi Mediterranei, 59, pp. 1-16

[11] Gullì D., Lugli S., Ruggieri R., Ferlisi R. (2018) (a cura di), GeoArcheoGypsum2019. Geologia e Archeologia del Gesso. Dal Lapis Specularis alla Scagliola, Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità siciliana, Palermo

[12] Buscaglia G., Interlandi M., Madonia G., Vattano M. (2012), “Il sistema carsico Vallone Ponte-Grotte d’Acqua”, Speleologia. Rivista della società speleologica italiana, XXXIII, 67, pp. 35-41

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Un paesaggio costituito delle antiche vie del sale lungo il fiume Platani, anticamente chiamato Halycòs poi Lycus per i romani, ossia salato, per il suo attraversamento di alcuni giacimenti di salgemma [8] [9]; da miniere di zolfo, soprattutto tra Joppolo e S. Elisabetta, adesso abbandonate, ma in cui si sono consumate fino ad almeno il 1960, le storie di produzione e di sfruttamento dei carusi in Sicilia, così come raccontate da Sciascia, Consolo e Verga; un paesaggio, infine, principalmente costituito da spettacolari emergenze e affioramenti delle vie del gesso [10] [11], dei cristalli splendenti sotto la luce del sole dalle svariate forme e dimensioni, sulle cui rocce si è installato e adattato il Sedum caerulum, il cui colore rosso completa l’ecologia visuale del carsismo.

Questo è in effetti il paesaggio preponderante dei Borghi del Mito, ben visibile mentre percorriamo la successione di rupi e monti dei Sicani, tra i 200 e i 600 sul livello del mare, che collegano S. Angelo Muxaro, S. Elisabetta e Joppolo Giancaxio.

Il sistema carsico di S. Angelo Muxaro è costituito da molteplici cavità gessose e altrettante vie d’acqua costituite dagli affluenti del Platani, molte ancora da scoprire e rendere accessibili. Tra i più suggestivi e forse esemplificativi dell’area, il sistema Vallone Ponte-Grotte d’Acqua si trova all’interno di un’area fluvio-carsica [12] costituita da tre trafori, una serie di inghiottitoi e due ponti naturali, da cui prende il nome.

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Come spiega Marco Interlandi (Legambiente, Direttore della Riserva di S. Angelo Muxaro), il Vallone del Ponte è un ricchissimo sistema carsico, sia per la presenza dell’acqua e delle rocce evaporitiche, sia per la presenza di una serie di grotte tettoniche che hanno origine dalla fratturazione degli ammassi gessosi. In tali grotte sono presenti stalattiti, stalagmiti, infiorescenze e concrezioni, alcune di queste dette per la loro forma a zampa d’elefante o a cavolfiore

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Marinelli O. (1899), carta tratta da "Fenomeni analoghi a quelli carsici nei gessi della Sicilia" in Atti del III Congresso Geografico Italiano, Firenze, pp. 1-14

[13] Marinelli O. (1899), “Fenomeni analoghi a quelli carsici nei gessi della Sicilia”, in Atti del III Congresso Geografico Italiano: 1-14. Marinelli O. (1917), “Fenomeni carsici nelle regioni gessose d’Italia”, Rivista Geografica Italiana, pp. 264-289

[14] https://www.legambienteriserve.it/grotta-di-s-angelo-muxaro/

[15] Nel 2025 il GAL Sicani ha lanciato l’APP SicaniAPPEDI, una app co-progettata da persone in cammino e guide ambientali che hanno tracciato sentieri naturali e itinerari ecologici per far scoprire il territorio dei Sicani

[16] Nel 2024 è stato realizzato un percorso di trekking che collega Monte Castello, Colle S. Angelo e Pizzo dell’Aquila. Questo percorso è costituito da tre sentieri a forma di anello che prendono il nome dagli anelli ritrovati sul Monte Castello, importante sito archeologico: percorso dell’anello del lupo, della mucca e del grifone

Legambiente: Sito naturalistico Vallone del Ponte, Grotta Ciavuli

Le acque di questo sistema sono perlopiù dolci, a differenza delle acque del Platani, il che evidenzia l’importanza dell’area per le popolazioni umane che si stanziarono in quest’area geografica, così come per la strabiliante biodiversità che vive in questo paesaggio d’acqua. Per quanto riguarda la fauna, non è difficile incontrare nelle vie tra le grotte il discoglosso dipinto, una rana endemica siciliana; la specie di tartarughe Emys Trinacris; il granchio di fiume, ormai raro nei corsi d’acqua ma qui molto diffuso e indicatore di un habitat stabile e privo di nocività causate da sversamenti; la coturnice di Sicilia; il falco lanario. La vegetazione idrofila dell’area è molto estesa e moltissime delle piante presenti sono e sono state utilizzate a scopo terapeutico, oltre che alimentare. Qui si vede la presenza di due tipi di salice, il salix alba e il salix pedicellata – da questi si estrae l’acido salicilico, il predecessore dell’aspirina; l’equiseto, anche noto come coda di cavallo, di origini antichissime; il sedano d’acqua, dalle potenti proprietà digestive e utilizzato per questo soprattutto da naviganti. Tra i primi a studiare quest’area tra la fine dell’‘800 e l’inizio del ‘900, il geografo Olinto Marinelli ha contribuito alle analisi, descrizioni, scoperte e rappresentazioni dell’area, sia attraverso i suoi importantissimi schizzi che attraverso la cartografia [13].

Il Vallone del Ponte rientra nella zona B di preriserva della più estesa Riserva Naturale Grotta di S. Angelo Muxaro – nonostante le richieste di estensione di Legambiente – il cui territorio raggiunge circa 21 ettari [14]. La zona A di riserva coincide con la Grotta di S. Angelo Muxaro, anche nota come Grotta Ciavuli, il nome siciliano per le taccole, e con l’Inghiottitoio Infantino. Tra corsi d’acqua, splendide cristallizzazioni, doline e stalattiti, il carsismo prende forma in tutte le sue materialità proprio ai piedi del centro abitato, rendendo visibile questo co-habitat umano e non umano costituito dal Platani, i suoi tributari e le sue rocce evaporitiche, tra doline e grotte d’acqua [15], e connesso attraverso queste vie sommerse al Monte Castello, l’altro importante sito dell’area di S. Angelo dal punto di vista ecologico e archeologico [16].

[17] Gullì D., Lugli S. (2021), op. cit., pp. 22-23.

[18] Ivi.

Allontanandoci da S. Angelo Muxaro, tra rupi e monti di rocce frastagliate di Sedum caerulum (anche nota come borraccina azzurra), giungiamo a S. Elisabetta, nel suo complesso carsico e nelle sue vie d’acqua dalla multi-materialità, visibile o sommersa. Il sistema d’acqua del territorio trova una delle più grandi scaturigini nella sorgente Capo, alle pendici ovest di Monte Cheli, in località Margio di Santo: La sorgente è stata il lavatoio del paese fino agli anni Settanta del secolo scorso, quando è stata imbrigliata e incanalata, per la costruzione della SP 45, di collegamento con la SS 118 Agrigento-Palermo. Le acque della sorgente, di notevole portata, creavano un pantano perenne, rimasto nel toponimo, Margio, che indica appunto una zona umida, paludosa [17]

Questo sistema d’acqua connette tra loro, attraverso diversi torrenti, Rupe Cheli, Monte Guastanella, Monte Checco e il meraviglioso Monte Comune – connettendosi poi da una parte al sistema idrico delle Grotte d’Acqua di S. Angelo attraverso il torrente Minavento-Bubo, dall’altra a Raffadali, Joppolo Giancaxio e sino ad Agrigento, dove il vallone Solfare-Guastanella, dopo aver ricevuto le acque dai torrenti Zafferano, Manarisi e Cuba, prende il nome di fiume Hypsas [18]. E proprio queste rupi e questi monti determinano il paesaggio carsico dell’area, costituito da rocce evaporitiche gessose con cristalli di gesso tra i più grandi al mondo. È questo il caso della Rupe Cheli, importante sito archeologico, i cui affioramenti giungono a 2,6 m di lunghezza e oltre (superati a livello mondiale soltanto da quelli presenti in Polonia). Nel paesaggio di questa rupe sono ancora visibili le stratificazioni storico-sociali, dalle grotticelle della necropoli scavate dai Sicani ai segni degli scavi dei gessaioli, sino alla dinamite utilizzata dagli americani per l’estrazione dei materiali, come raccontato dalle guide locali (Gaetano Buscaglia e Pietro Conte). 

In questo paesaggio del gesso, si trova una ampia vegetazione, anche qui molto utilizzata nel tempo a fini terapeutici, come il sommacco, l’agliastro, le felci, il cardo mariano o la pianta dell’ascensione (acanto).

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Strati e cristalli di gessi sono visibili lungo la scalinata di Monte Guastanella, luogo del mito nella versione locale, le cui tracce scavate nelle grotte sulla cima raccontano della popolazione sicana, di Minosse e Dedalo e di un Mediterraneo trasformato in salina durante la crisi dell’età Messiniana.

E infine, tra rupe e monti, tra i paesaggi del gesso e le storie sommerse dell’acqua nelle rocce evaporitiche, tra mulini e alberi di vruca (tamerice), tra le tracce rimaste delle zolfatare e le rovine industriali della Montedison, il nostro percorso giunge a Joppolo Giancaxio.

È all’interno di questo e alle sue spalle che riconosciamo le nostre rupi di gesso risplendenti con le grotticelle scavate dai sicani e, secondo la versione locale, il luogo in cui si svolse la trama del mito del regno di Cocalo.